FIRENZE: LE DOMANDE IN TRIBUNALE CHE CI RIPORTANO AL ‘PROCESSO PER STUPRO’

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Ci era già stato detto che le due studentesse americane che hanno denunciato lostupro a Firenze se l’erano cercata. Il sindaco della città Dario Nardella aveva sottolineato l’importanza per gli studenti stranieri di non considerare Firenze la Disneyland dello sballo mentre un redattore del quotidiano La Croce aveva definito più apertamente le due ragazze delle zoccole. Ma lo stralcio dell’interrogatorio pubblicato dalla giornalista Antonella Mollica sul Corriere della sera ci dice molto di più.
Ci dice che ancora oggi nei nostri tribunali per gli avvocati difensori sia rilevante se una vittima di stupro sia fidanzata o meno, se stia assumendo farmaci per problemi ginecologici, se faccia uso di anticoncezionali, se indossi o meno le mutande quando va a ballare e addirittura se abbia o meno subito altre violenze sessuali in passato.
Dobbiamo essere grate al giudice Mario Profeta per aver richiamato ripetutamente gli avvocati difensori al rispetto delle vittime rimproverandoli di porre quesiti invadenti e inammissibili al fine di screditarne la reputazione. Dobbiamo ringraziarlo per aver fermato l’interrogatorio dicendo che «il sadismo non è consentito». Alcune di queste domande sono state fatte da un’ avvocata, con la A finale in quanto donna, Cristina Menichetti, appunto. Ne ho scritto il sottotesto:

«Quindi ha usato la forza per sottometterla?».
Sottotesto: Lei ha opposto resistenza al mio assistito o si è lasciata andare lasciva, abbandonandosi a quello che in fondo desiderava accadesse?

«Non ha lottato fisicamente? Volevo sapere se Camuffo ha esercitato violenza…»
Sottotesto: Se era ubriaca non è violenza (in contraddizione con lo stesso codice penale che considera aggravante approfittare dell’impossibilità di reagire della vittima).

«Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».
Sottotesto: Ammetta che le piaceva giocare a farsi la brutta copia di Richard Gere versione ufficiale e gentiluomo.

«Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?».
Sottotesto: Ci può spiegare quanto è zoccola, se esce di casa senza mutande con l’intenzione di provocare e scopare, e rovinare delle brave persone?

INFIERIRE SULLA VIOLENZA: LA RIVITTIMIZZAZIONE

Questo modo di procedere nei confronti delle donne si chiama rivittimizzazione, ovvero infierire con altre forme di violenza sulla medesima vittima, facendole rivivere il trauma e procurandole nuova sofferenza al fine di trasformarla in imputata. A porre queste domande è stata una donna nell’esercizio della sua professione; a richiamarla ad esercitare tale professione in modo corretto è stato un giudice uomo. Questo ci ricorda come non si possano dare patenti di equità in base al genere, poiché se si cresce – anche professionalmente – in un Paese tra i più patriarcali d’Europa quello che fa la differenza è la singola esperienza culturale e professionale.

IL 1979 A LATINA COME IL 2017 A FIRENZE

Durante il famoso processo per stupro del 1979 a Latina, gli avvocati difensori dissero che se la vittima, Fiorella, fosse rimasta a casa come le brave ragazze, non le sarebbe successo nulla. Invece Fiorella era uscita, si era fidata di un conoscente e si era ritrovata ad avere rapporti con quattro uomini contro la sua volontà. E a differenza delle brave ragazze che si chiudono in camera a piangere per il resto dei loro giorni sulla propria ingenuità, Fiorella li aveva denunciati, e aveva clamorosamente vinto in un’Italia che stava cambiando, ma non abbastanza. Non abbastanza perchè le domande di Latina nel 1979 come quelle di Firenze a fine 2017 sono le stesse, e sono quelle che molte vittime si sentono fare in tante aule di tribunale.

LA PARITÀ NON È QUESTA

Quando ho fatto formazione sulla violenza di genere ad avvocati ed avvocate ho ricevuto domande ed osservazioni anacronistiche, zeppe di stereotipi ancora ben radicati anche all’interno di una professione che dovrebbe avere la formazione su questi temi come tappa costante e imprescindibile del proprio percorso e che invece rimane affidato all’iniziativa personale di qualche collega più preparato e lungimirante. Nella parte finale del documentario Processo per stupro (girato da un collettivo di femministe e consultabile su Youtube), un’avvocata si rammarica dei colleghi maschi che quando si tratta di difendere uomini violenti ribaltano i piani colpevolizzando le vittime. A Firenze l’avvocata Menichetti ha fatto altrettanto, e non è questa la parità, anche nel mondo del lavoro, per cui hanno tanto lottato le donne negli Anni ’70.

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