a proposito di stepchild adoption

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cop.aspxVoglio raccontarvi un episodio accaduto durante la presentazione del libro di Francesca Vecchioni “T’innamorerai senza pensare” (leggetelo, è bello e c’è tutto quello che c’è da sapere su cos’è una famiglia) che ho avuto il piacere di presentare a Matera, in occasione del Women fiction festival 2015.
Il libro di Francesca è un omaggio alla famiglia, partendo dai nonni, ripercorrendo la sua infanzia e la sua adolescenza, e raccontando poi la famiglia che ha costruito con Alessandra, oggi sua ex compagna, madre non riconosciuta (dallo stato) delle loro due bambine (#figlisenzadiritti). 12106895_10153692231564886_699468828785916847_n

Eravamo all’aperto, in una atmosfera serena, in cui Francesca con la propria vitalità raccontava aneddoti e peripezie di questa sua vita spesa a rivendicare spazio e diritti.
Ad un certo punto una signora dal pubblico si è alzata, rimproverandole di essere troppo serena per essere omosessuale; ha proprio detto che si aspettava “di sentire cose dolorose” e per questo di essere delusa dall’incontro.

Come se una lesbica felice, con due bambine felici e una ex-compagna amorevole e responsabile le fosse in qualche modo insopportabile, non prevista, non conforme. 

Spinta proprio da quella necessità di tragedia che nell’ immaginario di molti deve per forza contornare le storie omosessuali, dava per certo che Alessandra tra poco tempo si dimenticherà delle bambine facendole soffrire. Francesca le ha risposto con garbo e fermezza, invitandola infine ad immaginarsi madre di un figlio omosessuale, al quale trasmettere tanto ottimismo.

piemme-segnalibroA fine serata abbiamo invitato la signora a tornare la sera successiva alla presentazione del mio libro “L’altra parte di me”. E lei è tornata, e si è seduta in prima fila.
Durante la presentazione io ho parlato dell’omofobia lieve, che riconosco su me stessa e che ci portiamo tutti addosso perchè ci è stata data nel biberon. La signora non è intervenuta, ma poi è venuta a chiedermi l’autografo.

E lì, porgendomi il libro, si è chinata e mi ha detto, quasi all’orecchio: “Le devo dire che ha ragione, che in queste due serate ho capito che ho questo problema, e non lo sapevo, e non mi piace. Pensavo non mi importasse niente dei gay, e invece ho quella cosa lì che dice lei, l’omofobia, e purtroppo è così.

La signora ha dato un nome a quella sua insofferenza.
E’ riuscita in un’impresa, dare un nome alle cose.
Ha fatto una cosa grande. E’ partita da sè.
Ammettendo, forse per la prima volta, che le cose potessero essere diverse da come le aveva sempre immaginate. Che le vite degli altri potessero essere diverse da come le aveva sempre immaginate. Vuol dire che ha ascoltato le risposte di Francesca, ed è venuta la sera dopo per ascoltare ancora. Il senso della condivisione è proprio questo:

non aver paura di dire e di dirci che c’è qualcosa nell’omosessualità -e nella transessualità – che non ci torna, che non ci piace; non aver paura di ammettere che siamo in difficoltà, e nemmeno di scoprire che qualcosa in noi non ci piace più; non aver paura di cambiare idea.

Non significa non volersi bene ma al contrario volersene di più. Perché la signora farà il suo percorso, la lampadina si è accesa, e sarà presto una persona migliore, anche per chi le vive intorno. Lo è già.

 

Sabato 12 dicembre a Roma e in altre città c’è la Marcia per i diritti, per una società che investa nella famiglia, in tutte le famiglie, che tuteli i diritti di tutti i bambini.

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