a scuola non bruciano i libri, sono pronti!

Mi hanno accolta così in un liceo di Matera, con Anastasia, classe V, che leggeva la sua recensione del libro e invitava compagni e compagne a leggerne alcuni brani che avevano scelto. Poi le domande, e tanta roba.

Ci vuole una grande prof per lavorare così bene su un libro letto in classe, ma ci vogliono anche ragazze e ragazzi curiosi, intelligenti e propositivi.

Questo intendo quando dico che nelle scuole ritrovo fiducia ed energia, nelle scuole si sente che cambiare si può, che anzi i ragazzi e le ragazze sono già pronti.

Recensione di L’altra parte di me, by Anastasia Lamagna:

È prerogativa dell’essere umano avere una struttura dalle mille sfaccettature, senza linearità né trasparenza, tanto che per la maggior parte la scoperta di solo alcuni aspetti di sé, si rivela faticosa al pari di una scalata di montagna. Per la protagonista di “L’altra parte di me” di Cristina Obber, non è tanto la ricerca di sé ad essere imperlata di dolore e fatica, quanto più il poterne mostrare i risultati. Francesca a sedici anni affronta una scoperta dolce, fatta di odori e sapori prima sconosciuti, e perviene subito e quasi troppo facilmente ad una certezza, quella di amare una ragazza pugliese, determinata e rassicurante: Giulia. La loro conoscenza, iniziata tramite il più comune tra i moderni mezzi di comunicazione, Facebook, si trasforma via via nell’unica stabilità della vita di Francesca, in un rapporto reale e tangibile, anche se vissuto a 900 km di distanza, con Skype come unica finestra sulla vita dell’altra. Non importa però come avviene il loro incontro, sono solo di passaggio le narrazioni dei momenti più importanti della loro relazione: primo incontro, primo bacio, prima volta. Come accade in ogni altro rapporto, ciò che più conta è l’evoluzione dei sentimenti, che forgia persone sempre varie, che percuote continuamente ogni aspetto della vita e la porta ad essere dinamica ed energica. Così come il titolo vuole suggerire, Giulia diviene tanto intima con Francesca da costituirne l’altra parte, inizialmente la prima completa l’altra dandole forza e sicurezza, sino a quando non è la protagonista stessa a ritrovare dentro di sé tali qualità, scoprendo di poter essere anche una ragazza determinata e sicura, capace di imporre ciò che è senza temere di ferire qualcuno. Appare paradossale infatti come una ragazza vulnerabile e debole, bisognosa di essere protetta, possa invece stremare se stessa pur di non creare incomodo nella vita di chi ama. Si esclude dal gruppo delle coetanee poiché per loro ora i gesti divengono equivoci imbarazzanti, lei rimane estranea ai dialoghi, la sua presenza pericolosa per la loro immagine. Temendo di ferire soltanto con la sua presenza si presta a costruzioni menzognere che i suoi genitori erigono davanti agli altri per preservare quel quadretto in tenui colori pastello di famiglia perfetta. La sfida più grande allora è convincersi che non si è una colpa, che tutti gli aspetti di sé vanno accettati e nessuno eliminato o corretto. [44-48] Purtroppo prima di riuscire a farsi accettare Francesca deve distruggere il muro di silenzi creatosi nella sua famiglia. Una famiglia, che sebbene si dimostrasse dalla mentalità aperta quando si parlava di omosessualità in tv, non riesce ad accettare questa verità ormai fuori dallo schermo. La disgregazione del nido familiare è inevitabile, il padre e la madre si rifugiano nel lavoro, nei ricordi, confusi dalla scissione tra la figlia che conoscevano e amavano, solare ed affettuosa e quella che dichiara di punto in bianco di essere omosessuale, quasi non fosse più lei, quasi fossero due persone diverse e distinte, anche loro vedono due parti di lei ma senza accettare il fatto che entrambe devono essere amate allo stesso modo . [41-190] Questa realtà sconvolgente come un fulmine che frantuma la roccia, inconciliabile con i loro progetti e con il loro mondo, li porta a mettersi in discussione, come genitori, continuando a chiedersi se Francesca ami le donne per un loro errore, se ciò si possa cambiare e come, ma tutto ciò mina soprattutto le basi delle loro stesse vite, da realizzate a pieno divengono caotici tentativi di inoltrarsi nella quotidianità di quella figlia sempre più smagrita e triste a volte taciturna e desiderosa di assecondarli, altre violentemente inquisitoria e scontrosa. Il padre Antonio tace, è stato annientato con poche parole e si sente ferito e deluso come se fosse preciso scopo di sua figlia ferirlo, si mostra debole e spaurito più di sua figlia, quasi offeso come un bambino. La famiglia tende a proteggerlo come se fosse lui il più debole, come se non dovesse essere padre ma figlio. [158] Quanto può la verità nuda e cruda capovolgere le situazioni, spaventare tanto da rendere nulli e piccoli nonostante si sia agli occhi di tutti importanti, giganti: tutto ciò emerge dalla figura di Antonio. Questo padre diviene un cumolo di macerie inerte, instabile, capace di non sprofondare in un baratro solo grazie alle fondamenta di sua moglie, ancora intatte, dalle quali si riparte per progettare la costruzione di un nuovo palazzo. La moglie Valeria cerca un contatto con la figlia, soppesando cautamente le parole, singhiozzando con i gesti, vuole comprendere quella normalità che a lei sembra spaventosa. [80] Ogni parola può causare un incendio esplosivo, a tavola, dalla parrucchiera, la sua vita, destrutturata nei dettagli minimi, diviene un vortice che tenta di inghiottirla a più riprese e lei faticosamente si tiene a galla. Valeria si districa, armata solo di amore forte e combattivo, tra le reticenze del marito, la figlia maggiore Beatrice, aspra ed indifferente con la sorella più di quanto non lo siano tutti gli altri, e poi il suo promesso genero Filippo, i nonni di Francesca e quella Giulia, che diviene il capro espiatorio dell’omosessualità di sua figlia. Nonostante Giulia sappia capirla, starle accanto con pazienza e cura ed energia, ciò non basta ad essere accettata e non accettare lei equivale a non volere una parte della propria figlia, la parte ormai dirompente. Conoscere questa ragazza è riconoscere l’esistenza compiuta di una realtà che ci si illudeva potesse mutare. Non può essere spontaneo nessun gesto, anche se le circostanze sono normali e semplici , e occorre quasi una violenza su se stessi per muovere un passo verso l’altra, coloro che cercano di prendere il coraggio per guardare il volto della realtà gattonano verso coloro che vogliono far udire e vedere la loro realtà. [152] In ultimo ci si chiede se man mano i silenzi diventeranno sonori , si inizierà di nuovo a crescere insieme misurando i passi insicuri, le certezze si solidificheranno e si ricomincerà a costruire un palazzo con più finestre aperte e più lati per vedere in mille direzioni, nuove, diverse ma coesistenti.

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