ABORTO, IL VIDEO DEL CONSIGLIO D’EUROPA PER LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Women’s rights are human rights. In occasione della giornata internazionale per i diritti umani, Domenica 10 dicembre, ce lo ha ricordato Niels Muižnieks, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, la più alta autorità in materia del nostro continente, prendendo una posizione decisa a favore della libertà e l’autonomia sessuale e riproduttiva delle donne, sottolineando come ogni intrusione nella sfera più intima e privata non possa che essere considerata una violazione gravissima dei diritti umani. Di fronte alla crescente minaccia dei diritti sessuali e riproduttivi di donne e ragazze e all’ondata travolgente di proteste della campagna #metoo contro la violenza, il Commissario ha deciso di dare delle risposte concrete pubblicando proprio alla vigilia della giornata internazionale sui diritti umani un coraggioso rapporto con ben 54 raccomandazioni agli Stati membri. Sotto accusa leggi, politiche e pratiche che fomentano le ineguaglianze e gli stereotipi legati al genere. Si chiede agli Stati del Consiglio d’Europa di riconoscere e combattere queste violazioni dei diritti umani e impegnarsi fino in fondo per assicurare il rispetto dell’autonomia della donna nelle scelte riproduttive, in una sfera così intima e cruciale della loro vita.

UN VIDEO CHE È UN MONITO ALL’ITALIA

Non solo. Il Commissario lascia che siano le donne a dire la loro mettendo in Rete un video che fotografa l’attuale situazione europea sulla questione aborto, chiamando in causa anche l’Italia. Attualmente in Europa il diritto all’interruzione volontarua di gravidanza prevede ancora molte restrizioni in Irlanda, nel principato di Monaco, in Andorra, a Malta, nel Liechtenstein e in Polonia, dove una grande mobilitazione nazionale delle donne ha spergiurato il divieto assoluto previsto da una nuova legge. Ma anche nei Paesi in cui la legge permette l’aborto le donne si trovano costrette ad affrontare troppo spesso un percorso puntellato da ostacoli e umiliazioni, come testimonia nel video (testimonianza in italiano dal minuto 2.28) l’esperienza romana di una ragazza di 23 anni, tra mancanza di informazioni e servizi, tempi di attesa paradossali e giudizi morali. Qualcuno a Strasburgo ci ascolta e non ha paura di puntare il dito anche sulla sofferenza delle donne nel nostro Paese. Il video che accompagna il lancio del documento mostra chiaramente quale intrusione brutale nella sfera più profonda della propria vita le donne debbano ancora subire in Italia nonostante decenni di lotte.

UNA MINISTRA CHE NEGA IN UN PAESE CHE SORVOLA

In Italia la ministra della Salute Beatrice Lorenzin si ostina a negare che il rifiuto delle cure da parte del personale medico sulla base di clausole di coscienza, rifiuto che in alcune strutture sanitarie raggiunge anche il 100% e che si aggira su una media del 70% (in Francia del 7%, nel Regno Unito del 10%) sia una violazione del diritto alla salute delle donne, diritto sancito da legge 194. Ma non solo, come ci fa capire il Consiglio d’Europa siamo di fronte a una violazione brutale della sfera più intima e privata della donna e a una lesione alla sua autonomia riproduttiva congravi ripercussioni psicologiche dovute allo stress, alla pressione e all’umiliazione a cui le donne sono sottoposte. Nessun ministra/o in Italia si è mai preoccupata/o di creare un sistema di monitoraggio per assicurarsi che le donne che fanno richiesta del servizio lo ottengano nel più breve tempo possibile nè tantomeno lo Stato italiano sembra curarsi dell’ impatto del rifiuto sulle donne, del loro vissuto non viene minimamente tenuto conto.

La ministra Lorenzin considera la diminuzione di interruzioni di gravidanza che si registra ogni anno in Italia un successo, come se a fronte di un calo ufficiale non vi fosse il ritorno all’aborto clandestino, con tutti i rischi che ne conseguono. La legge 194 fu voluta e votata con il referendum del 1978 da un Paese che non voleva più vedere le donne morire negli scantinati, che non accettava più di finire nelle mani delle cosiddette mammane. Eppure questo stesso Paese oggi accetta che un ginecologo che si dichiara obiettore pratichi l’aborto in privato, magari all’interno dell’ospedale in cui opera, in una stanzetta in fondo a un corridoio e con un referto che parla di emorragia. Accetta che come hanno evidenziato proteste e ricorsi della CGIL i medici non obiettori vengono ostacolai nell’avanzamento di carriera.

Accetta che persino i farmacisti si rifiutino di prescrivere la contraccezione retroattiva (detta contraccezione di emergenza), che impedisce la fecondazione dell’ovulo. Accetta che in una città dal respiro internazionale come Milano una ragazza che si sottoponga ad aborto farmacologico con la RU486 possa essere ricoverata nella stanza accanto a quella delle partorienti, cosi da farla sentire sufficientemente in colpa. Accetta anche che in alcune regioni come Molise e Basilicatal’obiezione superi l’80% (con punte oltre il 90% per Molise e Basilicata), e questo significa spostamenti e costi che divengono anche discriminazione di classe perché le donne nelle situazioni di maggiore precarietà e difficoltà finanziaria sono quelle per le quali le barriere diventano insormontabili.

MANCA LA CULTURA DELLA PREVENZIONE

Per diminuire gli aborti servono una attenta attività di educazione alla parità e al rispetto della dignità della donna e alla sua autonomia sessuale e riproduttiva, alla protezione contro la violenza di genere, alle relazioni intime e sessuali basate sul consenso. Fondamentale é dare una corretta informazione sui metodi contraccettivi e fare un lavoro culturale sulle relazioni affettive e sessuali soprattutto nelle scuole, visto il ruolo fondamentale dell’ amore e della sessualità per la vita intima delle persone. È importante fornire strumenti a ragazzi e ragazze perché raggiungano un maggiore livello di maturità e competenza emotiva e sessuale, perché non soffrano e facciano gli stessi errori delle generazioni che li hanno preceduti.
Laddove la prevenzione e l’educazione non bastino ad evitare una gravidanza non desiderata, va garantita la completa autonomia riproduttiva della donna per una questione di giustizia. Le donne hanno diritto a poter interrompere la gravidanza se lo desiderano e che questo avvenga con la dovuta assistenza sanitaria.

È IN GIOCO LA LIBERTÀ DELLE DONNE

«I diritti sessuali riproduttivi sono diritti umani», afferma nel video Leah Hoctor, direttora del Centro per i diritti riproduttivi. Eppure anche nel nostro Paese sembra che della libertà delle donne e delle ragazze non importi abbastanza, complici le campagne antiabortiste sempre più invadenti (e sempre ben finanziate) dei gruppi ultra cattolici ed evengelisti integralisti, tanto agguerriti nella difesa degli embrioni quanto poco interessati agli esseri umani in carne ed ossa, e soprattutto così palesemente assenti quando poi le donne che hanno costretto a portare avanti la gravidanza si ritrovano in grave difficoltà. Quando si parla di aborto entrano in gioco la salute della donna e la sua libertà di scelta, il suo controllo sul proprio corpo, sottratto all’atavico controllo maschile. È proprio questa libertà che si vuole contenere e negare. Come dice nel video Irene Donadio, portavoce di IPPF (Internationale Planned Parenthood federation con sede a Bruxelles, da decenni impegnata in tutto il mondo garantire dignità, autonomia e salute alle donne), «È su questo che si gioca la battaglia perchè l’aborto è la vera sfida al patriarcato».
Ci auguriamo che questo coraggioso passo del Consiglio d’Europa stimoli la reazione di tutti i governi in Europa, in particolare quello italiano. Sarebbe ora.

Lascia un commento