ASIA ARGENTO E LA DOPPIA DISCRIMINAZIONE DI GENERE

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle

«Cari fratelli, care sorelle». Così Papa Francesco apre le sue omelie, con una predisposizione ad accogliere l’umanità senza distinzione di genere. Eppure per i fratelli, anche nella Chiesa, c’è, come sempre c’è stata, una inscalfibile predisposizione all’avere più a cuore il benessere degli uomini che delle donne. Basti pensare al veto sull’ingresso delle donne nella gerarchia ecclesiastica, o alla caccia alle streghe che in nome di Dio portò al rogo tante donne con quella modalità j’accuse mai sopita. Un esempio la figura di Maria Maddalena. Nel film Maria Maddalena uscito nel 2018 ci viene raccontata questa donna per ciò che probabilmente era, ribelle e accudente. Ribelle per essersi sottratta alla volontà paterna e aver seguito Gesù in un mondo che rinchiudeva le donne in casa in perfetto stile family day. Accudente per essersi votata al prendersi cura di un uomo rivoluzionario quanto lei. Eppure nemmeno le revisioni storiche proposte da alcuni cardinali sono bastate a sottrarla al personaggio tanto amato della peccatrice redenta, salvata da Cristo. Perchè Eva prese la mela dal serpente, tentò quel brav’uomo di Adamo così da condannarci tutti ad una vita di espiazione. Che per chi è sulla nave Diciotti è un po’ più dura di chi vive a Busto Arsizio, lo ammette anche sua santità. Sarà perché anche io da piccola sono andata a dottrina ma anche nel mio immaginario la donna malvagia è più suggestiva dell’orco cattivo. E forse è per questo che a dottrina le mie figlie e mio figlio non ci sono andati. In fondo volevo proteggerli da un’educazione tanto sbilanciata e mortificatrice.

Ma il nostro immaginario collettivo è questo, ed è per questo che quando una donna sbaglia riemerge la peccatrice che va lapidata, come ancora accade non metaforicamente in alcune parti del mondo senza che il mondo faccia un plissè.

Oggi lapidiamo Asia Argento, domani chissà. Abbiamo bisogno di screditare e punire Eva come Maria Maddalena per quel loro essere così seducenti ma soprattutto curiose volendo mettere il naso fuori dall’equilibrio precostituito dell’Eden e fuori di casa.

Abbiamo bisogno di mantenere viva la suggestione, come ha fatto Gramellini che per commentare il caso Argento si è premurato di ricordarci che la «Storia è piena di regine ninfomani e sanguinarie». Ah beh, allora, tutto torna. Abbiamo il verdetto. What else?

Così #MeToo ha spaventato gli uomini che si sono perfettamente schierati come soldati nel goffo tentativo di rispedirlo al mittente. Alle mittenti per la precisione, che grazie anche al coraggio di Asia Argento di scoperchiare il sistema corrotto intorno a Weinstein hanno denunciato in migliaia le molestie subite negli uffici, nelle fabbriche, nello spogliatoio dopo l’allenamento, in Chiesa.

Uno tsunami contro il potere maschile esercitato nei millenni che ha destabilizzato anche il più umile impiegato costringendolo a porsi qualche domanda sul proprio comportamento, a dirsi che no, forse nemmeno una battuta sessista è cosa ‘normale’.

La vicenda Argento-Bennet diventa per loro l’ancora di salvezza, la boa in mezzo al mare dei privilegi a cui aggrapparsi per ristabilire l’ordine. Perchè gli uomini, per fare squadra e consolidare la propria alleanza sono bravissimi.

Anche quelli che si professano femministi hanno dimostrato in alcune occasioni di sapersi contraddire con nonchalance pur di non perdere la loro identità pubblica, magari conquistata in nome di una parità di genere che sono pronti, di fatto, a disconoscere.

Uomini compatti, sempre e comunque, che si sostengono l’un l’altro in un patto di genere atavico e indistruttibile.

Noi donne no, questo patto non lo sappiamo fare, non fino in fondo.

L’ho pensato quando ho letto il tweet di Rose McGowan, altra leader di #MeToo, che appena uscito l’articolo del New York Times su Argento-Bennet si è precipitata a dissociarsi dalla hermana tanto amata e abbracciata solo pochi mesi prima. Il fuggi fuggi dalla strega di turno aveva coinvolto anche femministe insospettabili che prima ancora che la Argento dicesse una sola parola di commento l’avevano già sezionata, psicanalizzata, condannata al rogo.

Sia chiaro, se i fatti verranno confermati non ci sarà indulgenza di genere nel dire che un minore è un minore e un reato è un reato. Ma nessuno ha messo in dubbio le parole del ragazzo come invece si fa quando la denuncia arriva da una donna. Il caso Weinstein aveva diviso in due il mondo delle donne tra chi credeva alle denunce e chi pensava che in fondo alcune se la vanno a cercare, obiezione che ritroviamo in tante forme di violenza, stupro compreso.

Il caso Bennet vede tutti e tutte (quasi) compatti. Quasi nessuno ha messo in dubbio la veridicità della denuncia.

Mentre l’ hashtag #Hermanayotecreo ha fatto il giro del mondo (dopo che una sentenza spagnola aveva definito uno stupro un abuso) per sollecitare tutti a credere alle donne che sporgono denuncia, quando a denunciare è un uomo dell’ hashtag non c’è bisogno perchè (quasi) nessuno mette in dubbio la sua attendibilità.

Senza rendercene conto siamo predisposte, ci piaccia o no, a fare discriminazione di genereanche a nostre spese. Siamo sorelle quando tutto fila come vorremmo, quando ci sentiamo forti e combattive e amiche. Ma se una di noi può mettere a rischio noi stesse e l’immagine che vogliamo abbia di noi il mondo, ecco che prima ancora di capire, sapere, pensare, quello che ci preme è metterci al sicuro. E se questa una di noi ci è antipatica, quasi siamo contente che in fondo non ci fosse mai piaciuta.

L’ hermana diventa una che conoscevo appena, l’hermano è salvo.

Il patriarcato è ancora così forte e radicato che riesce a indebolire anche una solidarietà femminile che esiste, che è un valore che respiriamo quotidianamente, che ci ha permesso l’emancipazione, la vittoria di tante battaglie di libertà, ma sulla quale dobbiamo ancora lavorare per farla più nostra, meno ideologica e più ombelicale.

Lascia un commento