ASSIST VUOLE LE AZZURRE SU RAIUNO.

postato in: cristinaobber.it, donne, media, sport | 0

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

La Nazionale italiana maschile non è riuscita a qualificarsi ai Mondiali di Russia 2018. Ma quella femminile è ancora in corsa per la massima competizione, in programma dal primo al 30 giugno 2019 in Francia. Ed è in gran forma: è seconda nel girone di qualificazione a nove punti, con tre vittorie su tre, zero reti subite e nove gol segnati. Meglio solo il Belgio, a pari punti, ma con una differenza reti maggiore (+14). E il 28 novembre 2017 è in programma la quarta partita, questa volta contro il Portogallo. Per l’occasione l’Associazione italiana atlete (Assist) ha lanciato #AzzurreSuRaiUno, una campagna su Twitter per chidere alla Rai di trasmettere il match in diretta. Mentre ci si rammarica ovunque per la mancata qualificazione della Nazionale maschile, abbiamo intervistato Luisa Rizzitelli, presidente di Assist, da 17 anni in prima linea per i diritti delle atlete.

DOMANDA: Perché avete deciso di iniziare questa campagna?
RISPOSTA:
Perché il tempo è scaduto. Un’ingiustizia rimasta per anni invisibile sta diventando visibile e la richiesta che arriva dal basso di rispetto ed equità per le nostre atlete non può essere ignorata. Il calcio femminile all’estero ha molta visibilità in televisione e noi abbiamo delle giocatrici bravissime. Il servizio pubblico viene sostenuto da un canone pagato per il 52% che hanno pieno diritto di vedersi rappresentate anche in questo ambito. E come per il calcio maschile, non c’è solo Rai Sport, bisogna puntare a spettatori e spettatrici delle tre reti principali; lo spazio va proporzionato al valore della competizione e stiamo parlando di campionato del mondo.

D: Questa invisibilità di cui parla si sposa con il fatto che le donne nel calcio non siano delle professioniste, anche a questo livello.
R:
In Italia sono considerati professionisti solo gli atleti maschi di quattro sport: calcio, pallacanestro in A1, golf e ciclismo su strada. Le donne sono tutte dilettanti ed è scandaloso perché non è soltanto un riconoscimento simbolico di dignità, è proprio una questione pratica di diritti e tutele.

D: Il governo ha appena annunciato l’istituzione di un contributo per la tutela della maternità. È un primo passo?
R:
Come Assist ci battiamo da anni per questo, nel 2007 avevamo ottenuto dal Coni il congelamento del ranking durante gravidanza e maternità (il punteggio per le qualificazioni alle grandi competizioni internazionali, ndr) e l’inserimento della tutela della maternità, ottenuto solo per le atlete delle Nazionali. La legge 91 sul professionismo sportivo è del 1981 e i pochi tentativi fatti per aggiornarla, ai tempi, non hanno avuto il seguito sperato. Oggi abbiamo un ministero dello sport per la prima volta sensibile a questi temi autonomo rispetto alle ‘timidezze’ ancestrali del CONI e finalmente, alcuni mesi fa, dopo un incontro insieme alla GIBA (sindacato basket) e AIC (calcio) abbiamo ottenuto non solo lo stanziamento di due milioni di euro nella legge di bilancio 2018, ma anche l’impegno all’istituzione di un tavolo di lavoro che affronti il tema delle discriminazioni in tutta la sua complessità. Luca Lotti finora è stato di parola e siamo fiduciose che lo sarà ancora.

D: Quindi non solo la maternità e non solo a vantaggio delle donne.
R:
Assist si batte per i diritti delle atlete ma a beneficiare delle nostre battaglie saranno anche gli uomini. Il contributo per la maternità è importante non solo per gli effetti pratici sulla vita di tante atlete; riconosce che stiamo parlando di lavoratrici, altrimenti il contributo stesso non avrebbe motivo di esserci, cioè che ci si deve muovere nell’ambito delle tutele del lavoro. Vanno affrontati tutti gli aspetti correlati al non professionismo, e questo appunto riguarda sia donne che uomini, che significano mancanze di tutele di base come la contribuzione Inps, la malattia e le pensioni. Per questo ci auguriamo che la sensibilità e la disponibilità dimostrataci si concretizzino presto con l’istituzione del tavolo.

D: Come funziona oggi la retribuzione dilettanti?
R:
Non funziona! Nella pallacanestro e nella pallavolo ad esempio ci sono giocatrici e giocatori che guadagnano oltre 100 mila euro all’anno e ricevono compensi che ci si ostina a chiamare ‘rimborsi spese’. Ma è noto a tutti che non solo non siano rimborsi, ma non prevedono alcuna tutela elementare. Come può immaginare tutto questo non può che compiacere e alimentare l’economia sommersa.

D: Ma come mai non sentiamo mai di proteste corali di ‘categoria’?
R:
Perchè ci si muove al di fuori dei contratti di lavoro e il timore di subire delle ripercussioni prevale sulla richiesta di maggiore equità e rispetto. Un professionista costa molto di più alle società perché sono previste tutte le tutele previste per tutti gli altri lavoratori. Oltretutto siamo uno dei pochi Paesi al mondo in cui lo Stato prevede l’autonomia dello sport anche dal punto di vista giudiziario, ci sono i tribunali sportivi con apposti giudici. Questo penalizza ancora di più atlete e atleti che essendo generalmente sono molto giovani sono prevalentemente sovrastati dalla passione più che dalla consapevolezza dei propri diritti e accettano le cose come stanno.

D: Ma la responsabilità è dello Stato o del Coni?
R:
La legge sul professionismo sportivo dice che a decidere quali discipline debbano essere riconosciute siano il Coni e le federazioni sportive. Quindi in mancanza di modifiche alla legge la responsabilità è loro che continuano a difendere i propri interessi. Ci siamo incontrati in tante situazioni, abbiamo scritto, ma non abbiamo mai raccolto un solo segnale concreto di disponibilità per aprire un tavolo di confronto. Quanto alle discriminazioni delle donne nello sport, a coloro che danno giustificazioni legate a un minor business rispondiamo che i diritti costituzionali non dipendono dai soldi che ci sono in gioco. Se poi guardiamo agli altri Paesi, siamo davvero una bruttissima anomalia: negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, le donne nello sport sono professioniste e quando parlo all’estero della situazione italiana restano sbalorditi. Proprio il 20 novembre, a Roma, agli Stati generali dello sport, un rappresentante del Comitato Olimpico Internazionale ha detto che la valorizzazione dello sport femminile è una missione prioritaria di tutti i comitati olimpici nazionali.

D: Il presidente del Coni Giovanni Malagò in tv a Fabio Fazio che gli chiedeva se volesse dire qualcosa su Federica Pellegrini si è limitato a dire che con il taglio di capelli a caschetto sembra una maestrina. Anacronistico anche in questo?
R:
Può sembrare una sciocchezza ma non lo è. Di fronte a una delle più grandi campionesse sportive del mondo, un appunto al suo caschetto senza nessun riferimento alle medaglie che ci ha regalato è in sintonia con quella visione arretrata dello sport e del mondo femminile che rallenta l’emancipazione di questo Paese.

D: A proposito di emancipazione ha suscitato molta indignazione il caso di Osimo che avete sollevato, con premi diversi per maschi e femmine in una cosa campestre. Sono stati equiparati dopo le proteste?
R:
Gli organizzatori si sono appellati a un cavillo del regolamento federale che prevede premi uguali per distanze uguali. In questo caso nella corsa campestre organizzata, pur pagando la stessa quota di iscrizione, le donne corrono, non certo per loro scelta, tre km in meno. Fortunatamente il sindaco di Osimo, Simone Pugnaloni, è subito intervenuto dicendo che pareggerà i premi. A seguito della protesta la federazione di atletica, ha dichiarato con il suo segretario generale, Pagliara, che nel prossimo consiglio federale del 20 dicembre questo articolo verrà modificato, in modo da non consentire più alibi a nessuno. Un altro passo avanti e in questo caso la FederAtletica si è dimostrata esemplare, ricettiva e molto rispettosa della nostra segnalazione. Tra l’altro questa gara a Osimo si svolgerà il 26 novembre, un solo giorno dopo il 25, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, e la violenza si vince prima di tutto riconoscendo pari diritti e pari opportunità.

Lascia un commento