CHIAMATE LA PEDOFILIA CON IL SUO NOME

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Venerdì 22 febbraio il quotidiano Il Tirreno pubblica la notizia di un coach di pallavolo condannato a due anni e dieci mesi per essere stato sorpreso in auto mentre baciava una 15enne del suo team di pallavolo. «Un singolo episodio», che all’uomo ha rovinato la vita, sente il bisogno di tranquillizzarci il giornalista. «Un bacio proibito e la vita si frantuma in mille pezzi, dalla famiglia al lavoro», comincia così una narrazione che ci parla di «una debolezza», di «una scappatella» per cui l’uomo oltre ad aver perso il lavoro è stato lasciato dalla moglie. Parla di un uomo che «non ha saputo resistere», perché Eva è sempre pronta a tentarci, sembra sottendere nel suo rammarico. Rammarico perché la ragazzina ha meno di 16 anni, rammarico perché è il ruolo educativo dell’uomo ad aver giustamente aggravato la sua posizione. Se solo lei avesse avuto un anno in più e lui non fosse stato il suo allenatore, sembra suggerire il pezzo, quella «relazione consensuale» non avrebbe scomodato la magistratura data la «tenuità del fatto». Ma sì, in fondo è solo un baciono? Chiunque abbia una figlia di 16 anni compiuti non farebbe un plissé se la scoprisse avvinghiata ad un prof, un allenatore, un catechista. Per un bacio!

QUEL «RAFFINATO UMANISTA»

Ritorna alla mente il docente del liceo Rinaldini di Ancona, sospeso nel 2018 per aver inviato messaggi a una sua studentessa nelle ore notturne proponendole «una relazione d’amore come in un romanzo». Nessuna denuncia per il prof, che la preside definì «un raffinato umanista» che andava soltanto sospeso affinché potesse curarsi, non si sa da cosa. Chissà se anziché un raffinato umanista si fosse trattato di un bidello, di un autista o di un addetto alla mensa, se la preside sarebbe stata altrettanto indulgente, in quest’Italia che si è fatta scivolare le dichiarazioni di Indro Montanelli, indiscutibilmente un grande intellettuale, il quale definì «un docile animalino» la 12enne che sposò in Abissinia quando aveva 25 anni, dopo averla «regolarmente comprata» per 500 lire. Violenze digerite, sminuite, minimizzate.

LE DOMANDE SBAGLIATE

A Catanzaro nel 2014 in una sentenza di condanna per pedofilia si parlò di «relazione amorosa» tra il carnefice, assistente sociale di 62 anni, e la sua vittima, una 11enne che lui aveva in carico presso i servizi comunali. Così se a 15 anni vieni sedotta dal tuo allenatore 50enne sei complice, e tutto diventa lecito, comprensibile, giustificabile. Ogni scusa è buona per deresponsabilizzare i predatori. Quando in carcere ho intervistato Antonio, 48enne che abusava della nipote 13enne tutte le domeniche dopo il pranzo di famiglia a casa dei nonni, lui mi disse che lei era consenziente, che anche a lei quello che facevano piaceva. Non si capacitava che i suoi familiari lo avessero abbandonato. Quando è arrivato alla cronaca lo scandalo dei Parioli, che coinvolse uomini di 40, 50anni e più in un giro di prostituzione con ragazzine di 14 e 15 anni, i media si interrogarono sulla spregiudicatezza delle minorenni anziché chiedersi cosa spinge un 50enne a pagare per avere rapporti sessuali con una ragazzina che ha l’età della propria figlia.

ZERO EMPATIA CON IL CARNEFICE

Quando Pamela Matropietro scappò dalla comunità che la ospitava si prostituì con un uomo il pomeriggio prima di essere massacrata da che le vendette la droga. Si prostituì per 50 euro che le servivano per l’eroina, e un giornalista del Corriere della Sera ci regalò un articolo, poi cancellato dal sito del quotidiano, in cui empatizzava con questo 50enne che mai avrebbe immaginato che fine avrebbe fatto quella ragazzina in evidente stato di difficoltà, che aveva pensato bene di portare in un garage anziché limitarsi a darle un passaggio o ad accompagnarla da un parente o a regalarle quei soldi senza pretendere in cambio del sesso. Quell’articolo paradossalmente si chiudeva con una frase che constatava che la morte atroce della povera Pamela aveva derubato l’uomo del suo ricordo di piacere. Cosa spinge a empatizzare con un carnefice, un pedofilo, uno sfruttatore? Perché non prevale la condannadi queste condotte, indipendentemente da chi sia l’autore della violenza? Perché non sono proprio gli uomini i primi a dissociarsene? Forse per salvare se stessi da ogni identificazione più o meno consapevole? Un dibattito all’interno dell’ordine dei giornalisti aiuterebbe a dipanare questa scellerata e ambigua matassa, ridando dignità alla professione ed evitando di infliggere ulteriore violenza alle giovani vittime.

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