FEMMINICIDIO (?) DI SANA CHEEMA

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Sana Cheema, 25 anni, di origine pakistana e residente da anni a Brescia, è morta in Pakistan.
Non è chiaro se sia morta di infarto o se sia stata uccisa dai familiari, come si è letto inizialmente. Gli amici temono si tratti di femminicidio perchè Sana voleva tornare in Italia per sposare il fidanzato italiano contro la volontà dei suoi genitori.
Questa vicenda di cui attendiamo approfondimenti, ha fatto riparlare del caso di Hina Saleem, la 19enne uccisa nel 2006 dal padre e sepolta in giardino per essersi sottratta alla volontà patriarcale, per aver scelto di seguire il suo desiderio di maggiore libertà. Hina è morta di femminicidio, come Nina, la protagonista del film Racconti da Stoccolma, come tante ragazze che non vogliono sentirsi proprietà dei propri padri e fratelli maschi.

SCAMPATA DA UN MATRIMONIO COMBINATO

Come temeva le accadesse K., 25 anni come Sana, cresciuta in Emilia Romagna e oggi all’estero in una struttura che aiuta tante ragazze a ricominciare a vivere, a costruirsi un futuro fatto di studio e lavoro.
Per lei la fine delle Superiori avrebbe coinciso con un matrimonio combinato, in Italia, all’interno della sua comunità. Il suo rifiuto, espresso chiaramente ai genitori, aveva reso un inferno la sua quotidianità. Nessuna violenza fisica ma il divieto di uscire anche di pomeriggio, la segregazione in una stanza dove mangiava in solitudine, la minaccia di non mandarla più a scuola, l’impossibilità di rivolgere la parola al fratellino di sette anni. K. era cresciuta sottomessa ai genitori, non aveva l’autonomia delle sue coetanee, temeva che se anche fosse andata all’estero, essendo da poco maggiorenne, i suoi l’avrebbero ritrovata grazie all’aiuto della comunità di appartenenza che contro le ragazze ribelli è molto unita in tutta Europa.
K. non sapeva a chi rivolgersi, perchè nè a scuola nè presso i servizi sociali nè dai carabinieri aveva trovato il supporto che cercava.
Siccome K. non veniva picchiata la risposta era che non avrebbero potuto intervenire; È la vostra cultura, le dicevano, non possiamo farci niente.
Nemmeno le sue compagne di scuola sapevano quanta paura avesse per quel futuro tracciato da altri.

CHIEDERE AIUTO TI SALVA LA VITA

L’integrazione non è fare spazio a un banco tra le file, l’integrazione è relazionarsi, ma K. si vergognava delle tradizioni così arcaiche della sua famiglia, si vergognava della sua stessa paura e non osava confidarsi. Di queste tematiche a scuola non si parlava.
K. sorrideva molto e parlava poco, studiava perchè le piaceva, rassegnata all’idea che non le sarebbe servito a niente.
Fino a che non aveva assistito ad una mia formazione sulla violenza di genere nell’istituto tecnico che frequentava, e dopo alcuni mesi mi aveva contattato. Quello che aiuta ad uscire dalla violenza è non sentirsi sole e sapere che puoi chiedere aiuto.
Non sono una psicologa, nè un’avvocata, nè una poliziotta: ho fatto quello che bisogna fare quando si intercettano situazioni di violenza: cercare un centro antiviolenza nel territorio e accompagnarvi (o almeno indirizzarvi) la persona interessata. Così ho fatto, e K. ha trovato persone competenti che non solo l’hanno ascoltata ma sono state in grado di valutare i rischi che correva, e saper valutare i rischi salva la vita delle persone. Chi è in pericolo non ha bisogno di buoni consigli ma di persone che sappiano come agire per tutelarne i diritti, primo fra tutti il diritto alla vita.

Oggi K. ha una vita sua, e nonostante le manchi il fratello, le manchino le amiche e l’Italia, è una buona vita. Se non avesse chiesto aiuto oggi forse sarebbe già sposata con un uomo non scelto, avrebbe un figlio non desiderato, si prenderebbe cura di una casa che di fatto sarebbe la sua prigione. O peggio, sarebbe morta. Perchè tra le minacce dei suoi genitori c’era quella di portarla nel Paese d’origine, e lei mi diceva che di lì non sarebbe più tornata in Italia se non da morta.
Prima di lasciare l’Italia K. è andata sulla tomba di Hina Salem.
Un gesto simbolico importante, una sorellanza espressa condividendo quel desiderio che Hina non ha potuto realizzare.

L’APPELLO DI K. AL GOVERNO ITALIANO

Dopo la notizia della morte di Sana Cheema , K. mi ha scritto una lettera di cui voglio condividere la parte in cui rivolge un appello al governo italiano:

«Sana non è solo vittima di un sistema patriarcale ma anche il fallimento dell’integrazione e della democrazia. Assumetevi la responsabilità di tutelare la vita delle persone, anche di noi italiane di seconda generazione perché l’Italia è anche la nostra patria. Non diteci di tornare nostro Paese perché il mio/nostro Paese è l’Italia.
É qui che siamo nate e cresciute e qui vogliamo essere seppellite. Non siamo cittadine di seconda classe. E non diteci che è la nostra cultura perchè questa non è cultura ma violenza e la ritroviamo in tante religioni e culture diverse.
Per far sì che diversi popoli riescano a vivere in pace ed armonia sotto uno stesso tetto, il governo dovrebbe usare nuove misure di integrazione e dare segnali chiari e diretti a tutti i padri padroni integralisti, obbligarli a rispettare le regole. Come ti dò la libertà di professare la tua religione o di vestirti secondo i tuoi usi e costumi così ugualmente dò a tua moglie, a tua sorella, a tua figlia la libertà e il diritto di scegliere come vestirsi, a quale religione appartenere, chi sposare, se portare o meno il velo.
Non dovrebbero essere le vittime ad avere paura di denunciare, dovrebbero essere i padri padroni ad avere paura dello Stato.
Dite a noi ragazze che l’Italia sta dalla nostra parte, diteci che non siamo figlie di nessuno, ma figlie di questa terra, della vostra amata Italia che anche noi amiamo e in cui ci piace respirare libertà. Date a noi ragazze la possibilità di essere ascoltate e capite (nelle scuole, in centri d’ascolto), e non lasciateci ‘sparire’ dai banchi di scuola nei famosi viaggi estivi per conoscere il paese d’ origine.
Per noi generazioni di transito è una fatica immensa conciliare i due mondi (l’Oriente e l’Occidente), spesso ci sentiamo intrappolati e senza identità. Dentro casa i nostri familiari ci dicono di non fare troppo l’italiana. Fuori casa ci chiamano straniera. Chi siamo noi? Dateci una risposta».

CHE FARE?

Sono tante le ragazze in tutta Europa che ogni anno a settembre non fanno ritorno tra i banchi di scuola perchè vengono portate nei loro Paesi di origine con la scusa di una vacanza e invece ad attenderle ci sono matrimoni combinati.
Nel libro Siria mon amour ho raccontato la storia di Amani El Nasif, che ha vissuto questa esperienza a 16 anni e per la quale non accettare di sposarsi ha significato botte e umiliazioni per 13 lunghissimi mesi, fino a che grazie all’aiuto di uno zio di Aleppo è riuscita a tornare in Italia.
Mentre K. sapeva cosa l’avrebbe attesa all’estero, Amani non sospettava nulla quando è partita, nessuno a casa le aveva mai fatto presagire di voler limitare a tal punto la sua libertà.
Così partono tante adolescenti, contente di una piccola vacanza per ritrovare una parte di sè.
Amani è una sopravvissuta, di tante coetanee rimaste all’estero non si hanno più notizie.
E anche laddove non ci sia la coercizione nel Paese di origine, per molte immigrate e immigrati di seconda generazione, arrivati in Italia molto piccoli o nati qui, sono ancora i genitori a scegliere chi sposare e quando.
Un fenomeno che viene contrastato soltanto da centri antiviolenza e associazioni mentre l’attività di prevenzione dovrebbe invece fare parte di una azione strutturale mirata a partire dal mondo della scuola, dove di tutte le forme di femminicidio si parla ancora troppo poco e dove manca una formazione specifica per gli insegnanti e gli psicologi addetti agli sportelli di ascolto.

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