#hermanaYoSìtecreo

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Se non ci sono tracce di violenza, lo stupro di gruppo è solo «un abuso» e non un’aggressione sessuale: lo hanno sancito i giudici del tribunale di Navarra il 26 aprile riguardo al caso del branco della festa di San Fermin di Pamplona, che nel 2016 aveva scioccato la Spagna. Scatenando una bufera. La Spagna, due anni dopo, dopo questa sentenza è di nuovo sotto choc: decine di militanti femministe hanno protestato davanti al tribunale gridando «Vergogna», «Non è abuso, è stupro».

L’ hastag #Yotecreohermana, ‘Io ti credo sorella’, ci dice questo: che dobbiamo credere a chi denuncia, e semmai vederci dimostare il contrario.

Denunciare non è mai facile, diffidate di chi vi porta esempi di false denunce perchè sono un numero irrisorio.

E se denuncio un furto nessuno mi chiede se sto simulando per intascare i soldi dell’assicurazione, come in alcuni casi accade.

La credibilità – e dunque l’autorevolezza – delle donne viene ancora messa in discussione, in tutto il mondo, a tutte le età, fuori e dentro i tribunali. Paradossalmente siamo noi a dover dimostrare di essere state violate, quando dovrebbero essere i carnefici a dover dimostrare di essere innocenti.

Nei casi di stupro sui media come nelle aule di tribunale si mettono le vittime sul banco degli imputati chiedendo loro di giustificare i propri comportamenti, le proprie abitudini, come a Firenze alle due studentesse americane a cui durante l’incidente probatorio è stato chiesto se indossassero o meno le mutande la sera in cui sono state accompagnate a casa dai due carabinieri.

Sui social ogni ragazza stuprata subisce una condanna pubblica basata sull’orario in cui avrebbe dovuto essere a casa o sul fatto che un paio di shorts ti rendono ‘oggetto appetibile’ e dunque se li indossi te la vai a cercare.

Asia Argento è stata pubblicamente processata per aver denunciato a distanza di molti anni, quando #metoo e il #quellavoltache ci hanno dimostrato quanto sia difficile denunciare una violenza quando si conosce il carnefice, quando si è in qualche relazione con lui, soprattutto nel mondo del lavoro.

A Torino non si è creduto a una donna che ha denunciato una violenza subita al lavoro per il fatto che non abbia gridato e sia rimasta in servizio fino alla fine del turno.

A Ovada una madre che aveva denunciato gli abusi sessuali dell’ex marito nei confronti del figlio di cinque anni ha dovuto sopportare che il bimbo venisse violato nuovamente perché se non fosse stato colto in flagranza di reato l’uomo non avrebbe potuto essere arrestato.

E così succede a molte donne che vengono considerate madri alienanti quando invece cercano di difendersi e di difendere i propri figli da uomini violenti.

Lo sa bene Antonella Penati, a cui nessuno credeva presso i servizi sociali di San Donato milanese e così suo figlio Federico è stato ucciso dal padre.

Potremmo riempire pagine di dolorosi esempi da cui si evince la stessa cosa: alle donne, tendenzialmente, non si crede.

Lo sanno anche tutte le famiglie delle donne uccise da coloro che avevano già denunciato per maltrattamenti o stalking.

E allora che la protesta in Spagna, con la sua forza, diventi nostra.

Perchè questo dovremmo sentirci dire, tutte, per rispetto di ciò che siamo e di quanto valiamo: «Io ti credo, io credo alle tue parole, credo alla tua paura, credo al tuo dolore».

 

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