IL CASO DI PARTINICO E LA NARRAZIONE TOSSICA DEL FEMMINICIDIO

articolo pubblicato su LetteraDonna/Elle.

È arrivato il padre di Antonino Borgia a spiegarci il femminicidio con cui il figlio ha accoltellato, bastonato e sgozzato la sua amante, Ana Maria Di Piazza, incinta di tre mesi. Ha rilasciato una video intervista in cui, dopo aver essersi scusato con la famiglia della vittima, ci sciorina il suo «MA». «…Ma le incitazioni che oggi le donne hanno con la loro parità, che è cosa giusta che sia, qualche volta si permettono di dire delle cose, incitare, riscattare, volere, pretendere e sopprimere di un modo che la persona va fuori di cervello». Dunque siamo alle solite, gli uomini uccidono non perchè sono violenti e prevaricatori, egoisti e crudeli e senza scrupoli, ma perchè le donne li provocano; e perchè anche se la parità è un concetto giusto in teoria, nella pratica non è sopportabile. Le donne, anzichè stare al loro posto, un passo indietro e zitte, pretendono. In pratica se la vanno a cercare.

DIFESO ANCHE DALLA MOGLIE

Ma Antonino la benevolenza la riceve anche dalla moglie, Maria Cagnina, che ne parla come di un buon marito e un padre dei suoi figli che non può abbandonare. In fondo che sarà mai «una giornata di follia», così liquida gli avvenimenti la signora, in confronto a tanti anni di buona condotta? Se questa comprensione si estendesse al di fuori delle sue mura domestiche potremmo svuotare le carceri e lasciare che chi ha ucciso una sola volta, dopo anni in cui non ha ucciso nessuno, torni a casa prima di Natale. In fondo, una giornata di follia può sempre capitare. La signora Maria Cagnina estende il concetto di raptus al concetto di raptus prolungato, in cui un uomo, in questo caso suo marito, ha massacrato una donna con più colpi e più armi, ha guidato il furgone per trasportare il corpo in campagna, lo ha ricoperto di frasche, ha guidato novamente verso il centro del paese, ha pulito il mezzo, è andato a fare colazione, ha lavorato, pranzato e infine è andato dal barbiere.

DONNE CHE DIFENDONO I LORO AGUZZINI

Questa donna che cerca di proteggere se stessa, la propria famiglia e la propria vita di fronte a un’evidenza che non vuole accettare, ci ricorda Ylenia Bonavera, la 22enne di Messina a cui l’ex fidanzato ha dato fuoco procurandole ustioni in più parti del corpo. Ylenia ha continuato a difenderlo, nonostante il filmato delle telecamere mostrasse l’uomo mentre acquistava la tanica di benzina, nonostante la condanna a 10 anni di carcere. Due donne perfettamete inserite nella cultura patriarcale che non permette loro di uscire dalla gabbia della sudditanza all’uomo padrone, qualsiasi cosa accada. Qualsiasi. Anche se ti dà fuoco, anche se massacra una ragazza.

IL BUON PADRE DI FAMIGLIA IN UN MOMENTO DIFFICILE

Maria Cagnina si rammarica persino di non aver compreso che il marito stesse passando un periodo difficile, è quasi materna mentre lo ricorda taciturno, mentre lo immagina fragile e incapace di chiederle aiuto. Così la narrazione tossica del femminicidio di Ana Maria Di Piazza rinchiude Antonino Borgia in una bolla, quello del buon padre di famiglia che attraversa un momento di fragilità, quella del figlio birichino che tradisce la moglie per un anno intero quando queste cose non si dovrebbero fare. Figlio che sbaglia, ma «incitato» da una donna troppo emancipata. Una donna che sparisce, con la sua vita, il suo presente, l’illusione di un amore che invece era altro.

LIMITARE LE INTERVISTE A PARENTI E VICINI

I giornalisti dovrebbero limitare le interviste ai parenti e ai vicini di casa, mandate in pasto al pubblico senza obiezioni, senza elementi di critica. Dichiarazioni che empatizzano con dei criminali che agiscono con estrema lucidà e crudeltà, e cosa che non avviene per altri tipi di omicidi e stragi. Nel 2014 Motta Visconti Carlo Lissi uccise la moglie Cristina Omes e i due figli di 4 anni e 20 mesi perchè si era innamorato di una collega e la famiglia si era rivelata un ostacolo ai suoi nuovi progetti; fu intervistato un vicino di casa che parlò della coppia descrivendo la Omes «una donna di sei anni più grande e con un carattere dominante». Questa narrazione del femminicidio lo condanna con così tanti «Ma» e «Però» che non fa che giustificarlo, e dunque, accettarlo, legittimarlo.

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