JULIEN, VITTIMA DELLA VIOLENZA DEL PADRE ‘INSOSPETTABILE CONTRO LA MADRE

articolo che ho pubblicato su La27ora del Corriere della Sera.

«Un eccellente caposquadra, calmo e posato». Così i colleghi descrivono Antoine, protagonista del film L’affido di Xavier Legrand, Leone d’argento a Venezia e appena uscito nelle sale. Come spesso succede quando si parla di violenza domestica, il ritratto pubblico degli uomini non corrisponde a quello che ne fanno la moglie e i figli, succubi di un marito e padre padrone dentro casa. Così nel film la richiesta di affido condiviso che Antoine presenta alla giudice viene accolta, mettendo dunque in pericolo le sue vittime. Il film viene raccontato con gli occhi di Julien, il più piccolo dei figli, attraverso il suo sguardo di bambino costretto a vivere tra ansie e paure anziché nella spensieratezza e la gioia a cui avrebbe diritto. Alcune inquadrature sul suo volto risultano strazianti se pensiamo ai tanti bambini a cui questo accade tutti i giorni.

Bambini costretti a frequentare un padre che li spaventa, che hanno visto picchiare la madre, che non è un buon genitore. Julien motiva in una lettera il suo desiderio di non voler vedere il padre, ma non viene ascoltato. Quando la giudice chiede ad Antoine come mai i suoi figli non vogliano vederlo (la maggiore sta per compiere 18 anni e quindi su di lei non ha potere decisionale), lui risponde «Non so cosa gli hanno messo in testa». Ecco che il dubbio che la ex moglie Miriam esageri nel raccontare i fatti, che abbia influenzato i figli parlandogli male del padre, fa sì che, con l’intento di tutelare il diritto di Julien di mantenere un legame con entrambi i genitori, confondendo la violenza domestica con il conflitto coniugale, la giudice condanni di fatto madre e figli all’inferno. Un inferno fatto di violenza psicologica, urla e ricatti, in cui Antoine riduce Julien a uno strumento di tortura nei confronti di Miriam, per avvicinarla, per avere informazioni su di lei, in una escalation di violenza in cui lo spettatore si ritrova, forse per la prima volta, di fronte alla verità del femminicidio e del figlicidio.

Una verità che mostra come un uomo pubblicamente «calmo e posato» possa rivelarsi nel privato un essere spietato, incapace di amare i suoi stessi figli, capace persino di pensare di ucciderli pur di imporre il suo potere. Antoine piange di fronte a Miriam mentre le dice «Sono cambiato», determinato a riappropriarsi del controllo sulla sua vita, che con la separazione gli sta sfuggendo di mano. In singhiozzi la abbraccia di fronte al figlio suscitando nello spettatore quella commiserazione che umanamente si prova di fronte a un uomo apparentemente distrutto. Apparentemente, appunto. Perché la determinazione di un femminicida lo rende indistruttibile, disposto a tutto pur di punire chi si sottrae al suo dominio. Non mancano nella cronaca del nostro Paese i casi in cui per ristabilire il controllo della situazione gli uomini non esitino ad uccidere i loro figli, a volte anche se stessi pur di non affrontare le conseguenze del massacro che hanno messo in atto. I femminicidi sono atti di forza per ristabilire l’ordine, il proprio ordine. Un ordine in cui lei non se ne va, lei non si ricostruisce una vita senza di me, lei non vive le sue giornate con i miei figli, lei non si mette in tiro per uscire con un’altro, lei non fa sesso con un altro, non mi mette da parte perché io sono il centro del mondo. E se sono stato io a metterla da parte, a fare sesso con un’altra, ad allontanarla con la mia violenza, poco importa. Sono il capo-famiglia, e tale voglio rimanere.

Così anche i figli diventano ossessivamente importanti poiché strumentali al proprio disegno di onnipotenza. E quando i figli capiscono, quando captano l’odio che anima i loro padri e non sono più manovrabilli, ecco che diventano anche loro ostacoli da eliminare. Non vi sono raptus all’origine dei femminicidio e dei figlicidi. Se si va a ritroso in tanti casi si trovano tasselli molto simili tra loro, tasselli fatti di stalking, minacce, pistole comprate per tempo, coltelli nascosti in macchina. Eppure la narrazione mediatica della violenza domestica ci pone spesso a provare empatia per un maschile fragile, smarrito, senza più punti di riferimento, distorcendo la realtà, ribaltando le prospettive, confondendo chi legge e condizionando la sua percezione del femminicidio. Parlandoci di gelosia, di drammi passionali, ci induce a pensare che sia l’amore a trasformare uomini comuni in disperati, quasi romantici, assassini. Basti pensare al caso di Cisterna di Latina, in cui Luigi Capasso dopo aver ucciso le figlie e quasi ucciso la moglie è stato descritto come un uomo distrutto dall’aver perso la sua famiglia. Peccato che si fosse preoccupato anche di lasciare una lettera testamento in favore della propria amante. Basti pensare a Fausto Filippone, raccontatoci come una sorte di eroe disperato dopo che aveva ucciso moglie e figlia.

Il femminicidio è l’uccisione di una donna in quanto tale, in una società che si rifiuta di ammettere la propria cultura patriarcale. Il tema della corretta narrazione della violenza è stato al centro della giornata organizzata a Roma il 21 giugno dall’associazione dei centri antiviolenza Di.re, intitolata appunto «Comunicare la violenza», che ha ospitato molte voci della stampa, della televisione, del cinema, e durante la quale è stato presentato il trailer del film L’affido alla presenza dei responsabili della distribuzione italiana. L’empatia per il maschile oltre che nei media la ritroviamo anche in quelle professioni dove occuparsi di violenza domestica senza avere una formazione specifica significa creare un danno enorme alle persone che ne sono vittima e alla società intera. In questi anni ho incontrato questo eccesso di empatia tra assistenti sociali, psicologi/ghe, all’interno dell’avvocatura e delle forze dell’ordine. Della magistratura anche, per tornare alla giudice che nel film, pensando di fare il bene del piccolo Julien, ne mette a repentaglio la vita. Minimizzando i timori della madre che invece sa quanto pericoloso sia Antoine, esattamente come accade nei casi reali che riguardano tante bambini e bambine anche nel nostro paese dove si parla spesso impropriamente di Pas, detta anche Alienazione parentale. Una sindrome presunta, scientificamente screditata a livello internazionale, utilizzata nei tribunali dagli uomini violenti per negare, proprio come Antoine, le proprie responsabilità mettendo in discussione la credibilità delle mogli ed ex mogli.

Uomini che non vogliono essere giudicati cattivi padri, come se la violenza domestica non si ripercuotesse sull’equilibrio psicologico dei bambini e degli adolescenti. Uomini che vogliono mantenere il controllo sulla vita della ex compagna e dei figli con l’unico scopo di riaffermare e consolidare il proprio dominio e che riescono a farsi passare per vittime dell’egoismo e delle bugie delle donne. Alienare significa infatti allontanare. Allontanare l’altro genitore, nello specifico. Nel film la giudice ritiene di concedere ad Antoine l’affidamento congiunto di Julien, senza nemmeno ritenere opportuno ascoltare il bambino. I bambini vanno ascoltati, ripete spesso Antonella Penati, mamma del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre a San Donato Milanese con trenta coltellate. Nemmeno Federico fu mai ascoltato da un giudice. Tutte le decisioni furono sempre prese in base alle dichiarazioni dei servizi sociali. La signora si opponeva agli incontri padre-figlio perché temeva che il suo ex compagno potesse fare del male al bambino e dal canto suo Federico manifestava disagio prima e dopo gli incontri con il padre. Ma assistenti sociali e psicologhe dell’asl accusavano la signora Penati di alienazione parentale, di voler allontanare Federico da un padre che pur essendo stato un compagno violento dimostrava a loro dire interesse e affetto per il proprio figlio. E così, per tutelare il diritto alla genitorialità di un padre violento è venuto meno il diritto alla vita di Federico, morto dopo una lunga agonia sul pavimento di un luogo che avrebbe dovuto proteggerlo. E questo non era un film ma la vita reale che il film ben rappresenta.

L’uscita de L’affido coincide in Italia con un momento delicato in cui nel contratto di governo stipulato tra Lega e 5 stelle si parla di introdurre il reato di alienazione parentale nella nostra giurisprudenza. Se ci fosse stato il reato di alienazione parentale, Antonella Penati sarebbe stata incarcerata, cosa che fa supporre che una legge del genere significherebbe che le donne non denuncerebbero le violenze (già denunciate in minima parte) per il terrore di finire in carcere. Non dubito della buona fede di chi ha inserito questo tema nel contratto pensano di tutelare i bambini strumentalizzati nella dinamica del conflitto tra i genitori. Ma se è vero che questo può accadere durante le fasi più aspre di una separazione, è vero che in tal caso gli avvocati delle parti sono in grado di ristabilire gli equilibri, gli stessi genitori trovano un accordo mettendo al primo posto il benessere dei figli; quando invece si parla di violenza domestica sottovalutare le parole e la paura di chi denuncia significa mettere a rischio la vita delle persone; essendo poco chiaro il confine tra conflitto e violenza anche all’interno dell’avvocatura e della magistratura, il reato di alienazione parentale diverrebbe un comodo strumento degli uomini violenti (che già ora vi si appellano) per mettere le donne sul banco degli imputati. È importante dibattere pubblicamente di questo affinché chi è al governo ritorni sui suoi passi e si occupi di violenza avvalendosi della consulenza dei centri antiviolenza, che meglio di chiunque altro conoscono il fenomeno nella sua complessità e interezza. Dobbiamo cominciare a dirci che non è vero che «il padre è sempre il padre», che un padre violento ha influenza negativa sui suoi figli, che genera traumi e una sofferenza a cui anche i bambini hanno diritto di sottrarsi, al pari delle donne. Che non basta il legame di sangue per fare di un padre un genitore. Non voglio svelare altri particolari sul film né tanto meno il finale, ma oltre a un bel lavoro dal punto di vista registico e fotografico, L’affido è un’opera di grande utilità sociale, è un film da vedere e promuovere, che offre agli spettatori preziosi elementi di riflessione e critica

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