LATINA: È FIGLICIDIO, PUNTO

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Luigi Capasso, 44 anni, carabiniere, ha ucciso le sue figlie di 8 e 14 anni nel sonno, pocodopo aver sparato tre colpi di pistola alla ex moglie Antonietta Gargiulo, 39 anni, trasportata in codice rosso all’ ospedale San Camillo di Roma. Dopo nove lunghissime ore in cui forze dell’ordine, amici e familiari hanno cercato di convincerlo a consegnarsi, Capasso si è suicidato. «Si racconta fosse legatissimo alle figlie», si legge su RaiNews in un articolo non firmato. Da Latina però Valentina Pappacena, presidente dell’associazione Valore Donna, racconta invece che le figlie ne avessero paura e che si vedessero durante incontri protetti, che Capasso fosse già stato denunciato per maltrattamenti e che Antonietta Gargiulo stesse cercando di sottrarsi alle sue minacce senza però denunciarlo nuovamente, per non fargli perdere il lavoro.

«Avevo incontrato le bambine qualche tempo fa ed erano terrorizzate dal padre», ha dichiarato l’avvocata Maria Belli, alla quale Antonia Gargiulo si era rivolta. E ha continuato: «La situazione tra la coppia era tesa e tutto si era aggravato quando, lo scorso mese di settembre, lui aveva aggredito la moglie davanti alla Findus, dove la donna lavora. Non solo, perché in precedenza l’aveva aggredita anche a casa, davanti alle bambine». Da lì la decisione di separarsi e l’inizio dello stalking, culminato con il figlicidio e il tentato femminicidio del 28 febbraio 2018. Ci chiediamo cosa spinga i giornalisti a preoccuparsi di quanto bravo fosse come padre un femminicida invece di impegnarsi a raccogliere informazioni su quanto fosse violento, se avesse o meno denunce a suo carico, in che situazione si trovava quel nucleo familiare dove non c’era niente di idilliaco.

Torna alla mente la giornalista Carlotta Rocci che dalle pagine di Repubblica Torino ci raccontava nel dicembre 2016 che Marco Lopez Tacchiniil, femminicida, durante l’interrogatorio chiedeva al gip: «Ditemi come sta la mia cucciola», cucciola a cui aveva appena ucciso la madre, AlessiaPartesana, 29enne, con 32 coltellate. Un altro padre amorevole dunque, come GiuseppePellicanò che sempre nel 2016 provocò un’esplosione in casa in cui morirono la convivente Micaela Masella e due giovani vicini di casa, mentre le due figlie di 7 e 11 anni finirono in ospedale ustionate. Come Mohamed Barakat che nel 2009 uccise il figlio Federico durante un incontro protetto nella sede Asl di San Donato milanese, imposto dalle istituzioni in nome di quel «Il padre è sempre il padre» che mette in pericolo le vite di tanti figli e figlie. Come tanti altri padri che hanno smesso di essere ‘buoni padri’ nel momento in cui si sono rivelati violenti.

Eppure noi inseguiamo anche nelle aule dei tribunali quest’illusione su una genitorialità disgiunta da tutto il resto, mettendo a repentaglio la vita e la salute di un’infanzia che andrebbe invece tutelata da ogni forma di violenza. Si parla sempre più spesso di ‘alienazione parentale, di madri malevole che allontanerebbero i figli dai padri per vendicarsi di questi ultimi, quando se indaghiamo sui singoli casi scopriamo che si tratta quasi sempre di padri abusanti, violenti, disposti a pagare qualsiasi prezzo all’avvocato o avvocata che riescano a ribaltare le loro responsabilità sulle ex mogli. Anche Antonella Penati, la mamma di Federico Barakat, è stata definita alienante, e soltanto dopo che il suo bambino è stato ucciso ci si è resi conto che come sempre era già tutto scritto e Federico poteva essere salvato. Anche ad Erika Patti dicevano che era esagerata nelle sue preoccupazioni, e solo quando l’ex marito Pasquale Javocone ha ucciso il loro figli Davide e Andrea, di 8 e 12 anni, dandogli fuoco, allora tutti si sono accorti di non aver saputo e voluto vedere.

Sono centinaia i bambini e le bambine in pericolo nel nostro paese a causa dell’ ‘alienazione parentale’ o ‘alienazione genitoriale’ o ‘pas’ come la si vuol chiamare, inesistente dal punto di vista scientifico eppure avallata, in buona e in cattiva fede. Luigi Capasso ha pubblicato questa frase sulla sua pagina Facebook, in data 10 febbraio 2018. «Non dire mai ‘a me non accadrà, io non lo farei mai’ perché la vita sa essere imprevedibile e nessuno è immune da certe cose. Tutto capita, anche quello che mai avresti immaginato».

Anche in questo caso nessun raptus dunque, come sentiremo sicuramente dire in queste ore, ma un odio che cova insieme alla rabbia nei confronti di una donna che sceglie di interrompere la relazione, che non accetta di continuare a vivere accanto a un uomo controllante e violento. Anche Pietro di Paola, il 19enne che nel 2014 uccise Alessandra Penizzi, 19 anni, che lo aveva lasciato, facendola precipitare da un terrazzo al settimo piano, parlava di odio e di rabbia, e di ‘spiritosadico’ nella lettera che fu ritrovata dopo il femminicidio-suicidio e in cui raccontava il suo piano, compresi i ‘45 minuti di terrorismo psicologico’ con cui avrebbe informato Alessandra delle sue intenzioni. In quella lettera Pietro scrisse: «Penso che se un mese fa mi avessero detto che sarei finito a scrivere una lettera come questa, sarei scoppiato a ridere e avrei mandato tutti a quel paese».

E allora cerchiamo di non ripartire da capo ad ogni femminicidio chiedendoci come mai le cose accadono, cosa sarà successo nella testa di questo o quel ragazzo, di questo o quel padre (un tempo) amorevole. Le vicende che hanno come epilogo il femminicidio e/o il figlicidio hanno così tante analogie, così tanti percorsi comuni e così tanti epiloghi annunciati che gridano e reclamano una maggiore attenzione da parte di tutte le istituzioni coinvolte. Istituzioni che latitano, che si rimbalzano le responsabilità vicendevolmente, anche e soprattutto dentro i luoghi della politica che anche in questa campagna elettorale dimostrano di non avere il tema della violenzamaschile contro le donne tra le loro priorità.

E se chi andrà al governo continuerà a perseverare improvvisando provvedimenti poco efficaci se non inutili o dannosi, senza capire che sono le professioniste dei centri antiviolenza e dell’attivismo femminista che vanno interpellate per dare al paese la svolta necessaria, continueremo a leggere una tragedia dopo l’altra, a inorridire per altre donne, altri bambini e altre bambine, tra indignazioni e promesse che restano solo parole. «È tempo di agire» scrivevo su un pezzo del luglio 2017. Potrei riscriverlo oggi, non è cambiato niente. Così come sui giornali continuiamo a leggere articoli che rivittimizzano le donne e che alimentano una cultura impregnata di sessismo, una cultura che empatizza con gli uomini anche quando stuprano, uccidono, ammazzano i figli.

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