LE SCUSE DI VLADIMIR LUXURIA AD ASIA ARGENTO CI METTONO A NUDO

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Nella puntata di Cartabianca del 12 dicembre Vladimir Luxuria aveva confermato all’Italia il suo maschilismo, perseverando nel tentativo di screditare Asia Argento e la sua attendibilità nel denunciare la violenza subita da Harvey Weinstein. Il web, e non solo, si è scatenato e l’ha letteralmente sommersa di critiche, proveniente anche dagli ambienti dell’attivismo Lgbt.

Il 17 dicembre però, cinque giorni dopo la triste performance, sono arrivate le scuse e l’autocritica: Luxuria dice di essersi ravveduta dopo aver parlato con una donna che le ha confessato una violenza subita 30 anni prima e di essersi «sentita di merda» di fronte alle sue lacrime. E di aver così compreso di aver sbagliato a giudicare Asia Argento e di essersi ora liberata dal demone della diffidenza. Purtroppo non le era bastato tutto quello che è stato scritto e detto in questi due mesi su Weinstein, né il susseguirsi di denunce che continuano ad incrementare la lunga lista delle sue vittime (l’ultima è quella di Salma Hayek). Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai. La capacità di ravvedersi e chiedere scusa non è di tutti, e le va riconosciuta. Lo ha fatto anche senza mezzi termini: «Mi sono rivista nella puntata e mi sono fatta schifo da sola».

La Argento ha accettato le scuse con la compostezza che l’ha contraddistinta durante questi mesi di gogna mediatica: «La vita è un bel libro, voltiamo pagina», ha risposto in un tweet, rammaricandosi anche per gli insulti transfobici che la rete non ha risparmiato a Luxuria. La rete siamo noi, ma questa è un’altra storia, anzi, purtroppo sempre la stessa.

VLADIMIR LUXURIA RAPPRESENTA SE STESSA

Sui social si sono moltiplicati anche i commenti che associano il suo comportamento alla transessualità, all’animo maschile che sarebbe rimasto dominante anche dopo la transizione MtoF (Maschio verso Femmina).
Ma il maschilismo non è insito nel neonato che nasce con un piccolo pene malvagio.
Si impara, e questo vale per uomini e donne. Non è biologico, è culturale.
E questo spiega perchè tante volte a giudicare le donne siano altre donne.
Gli uomini non sono naturalmente portati alla violenza, bensì crescono con privilegi che via via diventano abitudine, normalità, diritti indiscutibili, potere.
Le donne non nascono inclini alla sottomissione ma vengono educate a fare un passo indietro di fronte al dominio maschile, fino a convincersi che chiedere parità di diritti sia un privilegio.
Il maschilismo di Vladimir Luxuria non ha compromesso la mia personale attenzione nei confronti dei diritti delle persone trans: lei non rappresenta che se stessa, non le trans in assoluto, così come Libero non rappresenta il giornalismo italiano ma solo una delle sue derive più tristi.

I commenti sui social che in questi giorni hanno cercato di incasellare le battaglie suddividendo ancora una volta le persone in binari distinti e contrapposti (le donne, le trans, i gay, le lesbiche, i neri eccetera eccetera) rispondono a una rabbia e un rancore che dobbiamo superare. Unite e uniti si vince, le guerre tra poveri fanno il gioco del padre padrone: che, in questo caso, si chiama patriarcato.
Il fatto che Vladimir Luxuria sia transessuale è rilevante perchè ci mostra chiaramente che non basta essere discriminati per non discriminare, non basta combattere per alcuni diritti per saper rispettare più in generale i diritti umani di tutti e tutte. Non conta se si è nati uomo o donna, non conta se si fa attivismo o no, non conta se si ha alle spalle una vita di fatiche per affrontare pregiudizi e violenze. Conta il percorso che ognuno di noi fa per liberarsi dagli stereotipi e relazionarsi con gli altri esseri umani con reciproco rispetto e accoglimento. Per Luxuria il percorso di consapevolezza di cosa sia la violenza maschile contro le donne è appena iniziato, e ogni passo in avanti va incoraggiato con fiducia.

CARTA BIANCA CI HA MESSO A NUDO

La puntata di Cartabianca ci ha mostrato quello che accade quotidianamente nel nostro Paese, come siamo capaci di trasformarci da vittima a carnefice con un atteggiamento moralista e giudicante degno del peggior integralismo cattolico, che si tiene stretto il proprio scettro di verità senza metterlo in discussione. Senza la capacità di ascoltare chi abbiamo di fronte, di vedere nell’altro lo specchio delle nostre paure.
Dire che la gravità di una violenza dipende dall’ ingenuità della vittima, dalla sua professione o dal suo status sociale, è come dire che lo stupro su una transessuale che si prostituisce è meno grave di quello su una ragazza che passeggia con il suo fidanzato, perchè se ti prostituisci sai che ti esponi a dei maggiori rischi. O dire che la credibilità di una denuncia si valuta in base alle grida o ai silenzi, all’essersi dimenati o aver lasciato fare.
Mentre il Time dedica la copertina alle attrici che hanno denunciato, mentre le star di Hollywood lanciano in un video la campagna I will not be silent (Non rimarrò in silenzio), in Italia il pensiero strisciante sulla violenza oscilla ancora tra «Se l’è inventata» e «Se l’è andata a cercare».

SCETTICISMO A SPOT

Di fronte a una denuncia di violenza avvenuta in una suite si continua a dire che lo scetticismo è comprensibile, anche se viene meno quando a denunciare le violenze sono gli attori, come ha ricordato Lella Costa nella puntata di TV Talk del 16 dicembre in cui si discuteva del ritorno di Asia Argento a Cartabianca.

Scetticismo che viene meno se la violenza la subisce una aspirante magistrata, come dimostra il caso Francesco Bellomo, in cui ci si concentra sulle azioni del magistrato (membro del Consiglio di stato, il supremo organo della giustizia amministrativa che ne sta valutando la radiazione) e non sui comportamenti delle studentesse che frequentavano i suoi corsi di formazione.

Una delle prime ad aver messo in discussione pubblicamente la credibilità della Argento era stata Selvaggia Lucarelli, che nella puntata di TV Talk, parlando del proprio scetticismo, aveva commentato: «Si è travisato e decontestualizzato quello che ho detto», come fanno sempre i politici dopo aver dispensato insulti; il co-conduttore Sebastiano Pucciarelli le ha ricordato che in America nessun giornalista si è posto nella posizione di giudicare le attrici, modalità in effetti tristemente italiana dove che gli uomini abusino del loro potere con molestie e ricatti sessuali pare scontato e ineluttabile.

LA TV DEL DOLORE

Nella stessa puntata di TV Talk Bianca Berlinguer è stata criticata per aver organizzato una sorta di processo in tivù, critica condivisa anche da alcune femministe. Certo si può discutere su alcuni aspetti del programma, e certo il rischio di voler spettacolarizzare il dolore in tivù è sempre molto alto, lo vediamo in continuazione.
Quando ho pubblicato il libro Non lo faccio più sono stata chiamata in Rai per parlarne, ma ho dovuto declinare l’invito perchè era subordinato alla presenza in studio di Veronica, la ragazza che mi aveva dato la sua testimonianza dello stupro subito nel campus universitario di Verona. Esporre una vittima che a distanza di dieci anni ancora si sentiva in una condizione subordinata rispetto ai suoi carnefici, che ancora si portava addosso l’ombra di quel senso di colpa che le aveva impedito di denunciare, avrebbe significato rivittimizzarla. Ricordo che alla giornalista che insisteva nel chiedermi di andare in trasmissione dissi che Veronica aveva subito una sufficiente dose di violenza nella sua vita per non infliggergliene altra. Così come quando è uscito L’altra parte di me una rete Mediaset mi propose di portare in studio una ragazza lesbica con un coming out doloroso, più doloroso di quello raccontato nel libro che ha un lieto fine. Altro invito declinato, altra dimostrazione che la tivù del dolore non vuole raccontare l’autonomia delle donne nè la loro capacità di imporsi. Vuole tenerle sotto una cappa di contenimento, con lo sguardo triste e possibilmente abbassato.
Nel caso Cartabianca non va però dimenticato che la giornalista ha risposto al desiderio di Asia Argento di confrontarsi pubblicamente con chi pubblicamente l’aveva aggredita.

ASIA HA VINTO

Ma soprattutto che Asia è una una donna adulta che alla violenza ha reagito, che si è rialzata, che è in grado di dare lezioni di femminismo semplicemente portando in studio se stessa, come ha fatto. Femminismo per me è rispettare la sua autodeterminazione, la sua libertà di scelta, riconoscendole la capacità di decidere. Ogni donna che esce dalla violenza e ne parla pubblicamente diviene esempio di resilienza per tutte le altre.
Dello stesso avviso è Vittoria Tola dell’Udi (Unione donne italiane): «Occupandosi di violenza bisogna stare attente a non farsi prendere la mano dal sentirsi paladine anche quando una persona non ha più bisogno di essere tutelata, altrimenti la si rimette in una condizione di oggettiva debolezza, rivittimizzandola».
Quando alla violenza si reagisce, quando la violenza si denuncia, si passa da una condizione di debolezza ad una condizione di forza. Una forza che come ho già scritto comprende anche il non temere di mostrare le proprie fragilità.
Asia Argento ha chiesto un confronto e lo ha vinto.
Ha rotto il muro di silenzio che sulla violenza esclude sempre la protagonista, ovvero la forza delle donne, la loro resilienza, la loro capacità di reagire e ricostruire. Una forza planetaria come testimonia la campagne #metoo, che continua a far sentire la voce di milioni di donne che non si sentono più sole. Che si rialzano perchè si riconoscono nel dolore dell’altra ma soprattutto nella sua forza di denunciare guardando negli occhi il proprio carnefice e tutti i carnefici che del primo si rendono complici. Per dirgli, come ha fatto Asia Argento: «Io sono vittoriosa».

#UNSELFIEPERASIA

«Nel corso dei secoli tutti i grandi filosofi e i padri della Chiesa hanno esortato le donne a stare zitte», ha commentato ancora Vittoria Tola, «e oggi il patriarcato è all’opera per chiudere questa breccia di libertà che sta cambiando il mondo». Una libertà che si respira anche in Italia. Sono infatti migliaia le attestazioni di solidarietà che Asia Argento ha ricevuto e continua a ricevere in questi mesi, da donne e da uomini che rappresentano quella parte di paese che sa informarsi, ascoltare, cercando di capire. Che ha capito l’importanza di rendere pubblica la propria indignazione.
Dopo la puntata di Cartabianca è partita sui social una nuova campagna, lanciata dall’attivista di Rebel Network Luisa Rizzitelli, che chiede di pubblicare su Twitter e Facebook un proprio selfie a pugno chiuso unito all’hashtag #unselfieperAsia. Anche questo è un modo per esprimerle vicinanza e solidarietà. Anche questo è un modo per chiederle collettivamente scusa. Così che a vincere sia la nostra umanità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.