L’ITALIA CHE RISCHIA IL NO AL DIVORZIO E NON LO SA

Articolo che ho pubblicato su La27esimaora/Corrirere della Sera

Si parla molto e giustamente del disegno di legge Pillon nr. 735/2018 in merito all’affido condiviso e alla violenza domestica, ma non si dice, o non abbastanza, che propone di fatto il No al divorzio per tutte le coppie con figli minori, ostacolando anche quelle che si vorrebbero separare consensualmente e senza guerre.

Lo spiego con un esempio pratico: Supponiamo di essere una famiglia con mamma, papà e un bimbo che va alla primaria. Non vi è violenza all’interno della relazione e la coppia si vuole separare semplicemente perché l’amore è finito. Si è d’accordo che per il bene del bambino sia meglio non imporgli di cambiare casa, scuola, amicizie di quartiere, gruppo sportivo eccetera. Si è d’accordo che sia importante favorire la relazione del bimbo con il genitore che cambierà casa, supponiamo il papà visto che viviamo in un Paese dove per cultura e abitudini sono le donne a farsi maggiormente carico della cura della casa e della prole, spesso scegliendo impieghi con orari che meglio permettano di conciliare famiglia e lavoro. Attualmente in una situazione di questo tipo è sufficiente una consulenza legale per presentare istanza al tribunale e definire la pratica con dei tempi abbastanza brevi e dei costi limitati. Se passasse il disegno di legge Pillon, firmato da senatori e senatrici di Lega e Movimento cinque stelle, ecco cosa accadrebbe:

IL NO AL DIVORZIO IN DIECI PUNTI
1. La coppia in questione dovrebbe pagare un mediatore familiare per farsi convincere a non separarsi (sembra assurdo ma è così). I costi di questa consulenza obbligatoria, della durata fino a sei 6 mesi, sarebbero suddivisi tra i coniugi, salvo il primo incontro gratuito. A questi costi si andrebbero ad aggiungere comunque i costi della propria consulenza legale.

2. La mediazione sarebbe obbligatoria per tutte le coppie, indipendentemente dal desiderio o meno (come accade oggi) di rivolgersi a qualcuno per chiarirsi le idee. Il mediatore familiare avrebbe l’obbligo di salvaguardare l’integrità della famiglia e non di rispettare la volontà di due persone adulte e consapevoli della propria scelta. Una ingerenza inaccettabile sulle libertà individuali.

3. Gli avvocati delle parti non potrebbero assistere (salvo il primo incontro) alla mediazione, e (salvo il documento finale) ciò che accade durante le sedute di mediazione rimarrebbe coperto dal segreto professionale, precluso anche ad avvocati e giudici.

4. I genitori sarebbero obbligati a stendere il piano genitoriale, ovvero il programma dettagliato della vita del bambino, indicando le scelte e le abitudini in fatto di educazione, sport, amicizie e frequentazioni.

5. Nel caso in cui la mediazione non andasse a buon fine (e sfido qualunque coppia con le migliori intenzioni a non acuire i propri contrasti se costretta a discutere anche delle più piccole cose in un momento per sua natura conflittuale) sarebbe obbligatoria la nomina di un altro professionista, il coordinatore genitoriale, con poteri decisionali in merito. Ulteriore ingerenza nella vita privata delle persone.

6. Tale ulteriore costo sarebbe a carico dei genitori e ad ogni cambiamento, ad esempio perché il bambino non vuole più giocare a calcio ma vuole iscriversi a pallanuoto, significherebbe una modifica al piano genitoriale con relativo impegno di tempo nonchè economico.

7. I desideri di quel bambino verrebbero completamente ignorati perché sotto i 12 anni sarebbe escluso dalla mediazione e il piano genitoriale verrebbe redatto senza ascoltarlo.

8. Per quel bambino i tempi da trascorrere con i propri genitori dovrebbero essere paritetici indipendentemente da quanto fosse il tempo che entrambi gli dedicassero prima della separazione e senza tener conto di impegni lavorativi e distanza delle nuova residenza del padre (che può essere notevole nei grandi centri e in alcuni casi significa diversa città o regione, per lavoro o per nuova famiglia costituita).

9. Il bambino avrebbe dunque una vita divisa esattamente in due mentre oggi l’affido condiviso che è già molto applicato prevede di incentivare la relazione con il genitore che ha cambiato casa dando comunque priorità alla serenità e all’equilibrio del minore.

10. Al compimento della maggiore età quel bambino divenuto ragazzo dovrebbe fare istanza personalmente ai genitori per ricevere da loro un assegno di mantenimento. Non è difficile immaginare che un 18enne pretenderebbe di usarli per ciò che comprensibilmente riterrebbe prioritario a quell’età.

Tutto questo, ripeto, in assenza di situazioni di violenza domestica o abusi.
Tutto ciò significa, come è evidente, che nessuno, se non con redditi al di sopra della media, potrà permettersi di chiedere una separazione. Quello che preoccupa è che questo disegno viene spacciato per ciò che non è. Aumentando in maniera vertiginosa i costi delle separazioni metterebbe in difficoltà uomini e donne con redditi limitati (soprattutto donne visto che nel nostro paese il gap occupazionale è ancora forte) acuendo le situazioni di povertà, con ricadute anche sui minori.

Chi lo propone scrive e dice in continuazione che si tratta di un disegno in favore dei bambini quando basta leggerlo per capire che si tratta di un provvedimento adultocentrico pensato come se i figli fossero bambolotti da contendersi per giocarci metà per uno. Se davvero ai proponenti stesse a cuore la bigenitorialità si cercherebbe di favorirla anche durante la convivenza, stendendo disegni di legge che prevedano politiche adeguate e iniziative volte a responsabilizzare i padri fin dalla nascita.

Per quei padri che vivono responsabilmente la genitorialità dei loro figli e che in caso di separazione vogliono proseguire nella stessa direzione è sufficiente applicare le leggi che abbiamo, non c’è alcun bisogno di scriverne di nuove, ambigue e dannose prima di tutto per i bambini.
La giurisprudenza attualmente mette al centro il minore inteso come persona portatrice di diritti, come ci conferma una giudice: «Sinora vige il principio dell’esclusivo interesse morale e materiale del minore che e’ stato il cardine di ogni decisione assunta dall’autorità giudiziaria – dice Silavana Sica, magistrata del tribunale di Napoli -, questo disegno sposta invece l’attenzione sugli adulti»

La giudice sottolinea anche come non si possano standardizzare le situazioni: «I tempi di permanenza con l’uno o l’altro genitore li stabiliamo in base a ciò che è funzionale al benessere di vita del minore, che ha bisogno di regole e stabilità, valutando caso per caso. Il tribunale stabilisce un calendario nell’interesse dei bambini e tenendo conto degli impegni dei genitori. Nel disegno di legge inoltre non si tiene adeguatamente conto delle esigenze dei minori che possono essere le più diverse». E aggiunge: «Non è vero che i padri sono discriminati. Il disegno presuppone che vogliano tenere con se i figli frequentemente ma non sempre questo succede, per problemi di lavoro o perché si sono costruiti una seconda famiglia. Questo accade anche con le madri, ma raramente».

Anche sulla questione del mantenimento la giudice è molto critica: «Non tutti i genitori hanno la stessa capacità contributiva e con lo sdoppiamento della residenza e l’eliminazione dell’assegno di mantenimento il minore da una casa all’altra vivrebbe in modo completamente diverso». «Nella mia esperienza -aggiunge- sono molti gli uomini che non versano l’assegno di mantenimento e quando si tratta di liberi professionisti la possibilità di risalire all’effettivo reddito talvolta è compromessa dall’evasione fiscale. Attualmente i giudici cercano di tenere conto dell’effettiva capacità contributiva dei genitori e l’importo degli assegni generalmente non è molto elevato. Questo disegno penalizzerebbe maggiormente coloro (vi sono anche casi in cui la donna guadagna più dell’uomo) che non hanno reddito o che hanno redditi non elevati.

Certo una separazione comporta molti oneri ma questo disegno non mi sembra essere motivo di risoluzione dei problemi già esistenti bensì motivo del loro accrescimento». Questo disegno di legge è osteggiato da molte istituzioni e associazioni che si occupano di tutela dei minori, anche di matrice cattolica come le Acli e il Forum Famiglie. Ma se è completamente scollato dalla realtà delle nostre vite quotidiane, se articolo dopo articolo contraddice sé stesso e viola i più elementari diritti delle persone e dei bambini, perché proporlo? Cosa c’è sotto?

Per rispondere a questa domanda non di poco conto è considerare il fatto che il senatore Pillon (casualmente avvocato e mediatore familiare) ha dichiarato di essere a favore del matrimonio indissolubile.

E che cos’è il matrimonio indissolubile se non la negazione del divorzio?

Ha dichiarato inoltre che tra i suoi progetti c’è quello di vietare l’aborto. Questo disegno è dunque in linea con la visione patriarcale della famiglia e della società che Pillon sostiene insieme al ministro per la famiglia Lorenzo Fontana e ai gruppi catto-integralisti del family day a cui entrambi appartengono e che stanno cercando in tutta Italia di impedire l’applicazione della legge 194 che garantisce alle donne di abortire in sicurezza assistite dal sistema sanitario nazionale.

Il fatto che queste posizioni personali oscurantiste inquinino la nostra struttura legislativa, evoluta e laica, è molto grave. Si tratta di disconoscere le battaglie di civiltà volute e votate da cittadini e cittadine anche cattolici e di far fare all’Italia un salto all’indietro di settant’anni. Questo spiega anche perché il disegno sembra scritto appositamente per favorire le condotte violente degli uomini contro le donne e gli abusi sui minori tanto da scatenare una vera e propria sollevazione da parte delle associazioni e le istituzioni che si occupano di violenza contro le donne e i minori.

In questi ultimi dieci anni l’emersione del fenomeno del femminicidio ha portato alla luce la violenza domestica un tempo relegata a fatto privato, suscitando l’indignazione di tutto il Paese. Di fronte a questa nuova presa di coscienza collettiva serviva qualcosa che ristabilisse l’ ordine patriarcale dove il padre padrone fa quel che gli pare a mogli e figli abbassano gli occhi.
Personalmente sono dunque preoccupata, lo sono anche per le mie figlie e per mio figlio. E per mio nipote che oggi ha 5 mesi. Perché vivere in un’ Italia che ritorna ad essere quella degli anni 50, senza possibilità di divorziare e senza la possibilità per le donne di scegliere se e quando diventare madri, che le rinchiuda di conseguenza in casa a cresce un figlio dopo l’altro, figli considerati proprietà di un padre padrone, nuocerebbe a tutti e a tutte noi.
Mi auguro che durante la discussione del disegno Pillon i parlamentari e le parlamentari si scrollino le appartenenze politiche e si adoperino compatti per chiederne l’immediato ritiro. Noi cittadini e cittadine possiamo respingerlo attraverso la protesta collettiva, informandoci, protestando negli ambiti che ci competono, firmando la petizione lanciata dall’associazione Dire e scendendo in piazza il 10 novembre per dire che siamo un Paese giusto e che indipendentemente dal partito a cui diamo il voto, diciamo No alla violenza contro le donne e contro i bambini.

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