MOLESTIE SESSUALI: WEINSTEIN DIFESO DA DONNA KARAN

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Fa discutere che la stilista Donna Karan abbia difeso l’amico produttore Harvey Weinstein dalle accuse di molestie sessuali spostando l’attenzione sull’abbigliamento femminile che suggerirebbe messaggi di disponibilità sessuale («vestendosi in un certo modo se la cercano»), ha dichiarato prima di scusarsi. Fa discutere perché la Karan è donna e dunque la rabbia che le sue dichiarazioni stanno suscitando è maggiore di quella espressa per analoghe dichiarazioni sessiste pronunciate da uomini. Questo perché aleggia l’illusione che tra le donne ci sia una sorta di patto di sorellanza che nella realtà non c’è, non è forte come ci piacerebbe pensare quando lo incontriamo alle manifestazioni femministe. Dalle donne ci si aspetta una maggiore comprensione di quello che possa essere subire una violenza fisica, verbale o psicologica in quanto tali, ma non vi è sempre una maggiore sensibilità femminile rispetto agli stereotipi di genere.

SONO DONNE QUELLE CHE

Sono donne quelle che a Montalto di Castro, come a Merito Porto Salvo, di fronte a stupri di gruppo su ragazzine di 13, 14 anni non fanno che giudicare le loro abitudini, le loro vite, non fanno che dire che sono le vittime ad andarsela a cercare. Sono donne le assistenti sociali che a San Donato Milanese non hanno creduto ad Antonella Penati e che quando il suo bambino è stato ucciso dal padre proprio come lei temeva non le hanno nemmeno detto un «Mi dispiace». Sono donne le mamme che su alcuni gruppi Whatsapp fanno bullismo sulle insegnanti senza risparmiarsi insulti come «troia» e «zoccola», così come sono donne le tante protagoniste di hate speech ai danni della presidente della Camera Laura Boldrini e di altre donne per cui provare rabbia e invidia si traduce in violenza verbale sessista.
È donna la ministra Beatrice Lorenzin che si ostina a negare che non si rispetti la legge 194 quando la tutela della salute delle donne dovrebbe essere uno dei temi centrali da affrontare nel suo ministero. È donna la giornalista di Libero che ha reso pubbliche – e difeso in seguito la sua azione senza scusarsi – i dettagli sulle penetrazioni negli stupri di Rimini senza preoccuparsi di ledere la dignità delle vittime.

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA VIOLENZA DI GENERE

Potremmo riempire pagine di esempi di misoginia femminile perché la sensibilità di fronte alla violenza di genere, il suo riconoscimento, dipende dalla consapevolezza che se ne ha, che a sua volta dipende dalla cultura che si respira e che ci forma, dalle singole esperienze delle nostre vite. In mancanza di una cultura che combatte la discriminazione di genere, non basta essere intelligenti, non basta essere economicamente emancipate, non basta nemmeno essere inserite in contesti intellettuali per rendersene conto. La consapevolezza di cosa significhi violenza di genere si raggiunge soltanto attraverso una costante attività di educazione e formazione specifica perché in tutto il mondo, non solo in Italia, il modello patriarcale di sfruttamento delle donne rimane dominante, in forme più o meno palesi, più o meno sofisticate, e viene interiorizzato da ognuno e anche ognuna di noi sin dalla prima infanzia.

LA STRADA DA FARE

Il produttore Harvey Weinstein ha dichiarato al New York Times: «Il modo in cui mi sono comportato in passato con le mie colleghe ha provocato molto dolore e me ne scuso sinceramente. Sto cercando di migliorare, so di avere ancora molta strada da fare». Abbiamo tutti e tutte molta strada da fare, e fino a che non ce ne renderemo conto facendo appello a quella umiltà che pare abbiamo dimenticato non riusciremo che a tappare buchi, ad indignarci qua e là senza capire che ogni forma di violenza ha radici profonde anche nelle nostre vite e ci segue nel nostro privato e nelle nostre professioni. L’urgenza di un intervento strutturato e capillare nel mondo della scuola rappresenta una concreta possibilità di offrire alle generazioni future la consapevolezza che oggi manca e che le potrebbe – anzi le potrà – salvare.

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