non è stato stupro, meglio così

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20150910_001__molestie-sessualiRicevo e pubblico da Sara, perchè di molestie sessuali si parla poco e si minimizza troppo.

“È un periodo di lavoro intenso. Gli ordini non mancano e i clienti spingono per avere le consegne prima della chiusura di agosto. Così, come spesso accade, le ultime settimane prima delle vacanze estive si lavora anche il sabato.
Lavoro nell’attività di famiglia, la valle in cui vivo con il mio compagno e i miei due figli piccoli ha un fitto tessuto di aziende meccaniche, mio padre ne ha fatta crescere una con impegno e caparbietà imprenditoriale. Io ho raccolto il dono di mio padre – non senza qualche difficoltà di inserimento in un mondo tutto maschile – e da una decina d’anni ormai siedo ogni giorno al mio posto.
Così anche stamane, un sabato mattina di luglio, bacio i miei figli ancora caldi di sonno e saluto il mio compagno prima di uscire.
La fabbrica è in un luogo isolato e il mio compagno mi chiede:
“Sei tranquilla in ufficio da sola?”
“Certo amore mio -rispondo – e poi non sono sola, in reparto ci sono cinque operatori che fanno il turno del sabato, con loro lì mi sento sempre al sicuro. E poi dovrebbero esserci anche due ragazzi dell’impresa che stanno finendo i lavori di ampliamento dell’area nuova”
“Bene allora buon lavoro, ci vediamo a pranzo a casa”
L’ufficio è luminoso e spazioso, due grandi finestre danno sul cortile, dalla scrivania vedo il cancello scorrevole d’ingresso che posso aprire e chiudere facilmente con il telecomando che tengo vicino al monitor.
Sono alla mia postazione, l’ufficio è un open space con altre quattro scrivanie ma stamane i colleghi non ci sono. Mentre il pc si avvia scendo in reparto, è un’abitudine ormai quotidiana, un giro veloce, un saluto e un sorriso ai ragazzi che sono operativi già dalle sei.
Li conosce tutti per nome, alcuni salutano timidi, altri scambiano due parole, un paio li conosco da molto tempo, sono in azienda da ben prima di me e mi hanno vista ragazzina passare in ufficio solo per fotocopiare gli appunti dell’università.
C. è uno di questi, cinquantenne e padre di famiglia. Mi conosce da sempre, un uomo robusto e solido sotto tutti i punti di vista, uno dei pilastri dell’azienda, lavoratore competente e prezioso, uno di quelli che tutti gli imprenditori vorrebbero tra i propri collaboratori, uno di quelli che si occupano dell’attività come se fosse loro, un uomo fidato.
Due battute sul caldo e torno in ufficio, le ore scorrono veloci come sempre, il sabato si chiudono i lavori che non si è riusciti a chiudere in settimana e si prepara una “to do list” per la settimana successiva.
“Pausa?”
La voce di C. interrompe il mio lavoro; bussa senza entrare, come sua abitudine, ma la sua voce mi raggiunge facilmente nel silenzio dell’ufficio.
Scendo e mi unisco al gruppo riunito davanti al distributore di caffè e bibite, due chiacchiere, due numerate, come sempre, ho imparato da mio padre a parlare poco ed ascoltare molto, soprattutto quando si tratta di collaboratori.
Dopo pochi minuti il gruppetto si disperde ed ognuno torna al proprio lavoro. Scrivo, riordino, elimino file e vecchie mail, mi distraggo, mi riconcentro, archivio documenti, rispondo alla telefonata di un’amica, un’altra ora scorre veloce.
“Ciao noi andiamo”
È la voce di C. che bussa ed entra in ufficio senza attendere il mio “Avanti”
“Bene, buona domenica, a lunedì”
“A lunedì”
Torno con gli occhi sullo schermo, ora il silenzio è avvolgente, i macchinari in reparto sono stati spenti, nessun ronzio, nessuna vibrazione, nessun cigolio. L’aria calda che entra dalla finestra aperta mi sfiora il viso, alzo gli occhi e vede i ragazzi al cancello; con il telecomando apro e li segue con lo sguardo mentre si muovono lenti verso le proprie auto nel parcheggio.
Il caldo inizia a farsi sentire, e anche la fame. L’ orologio dello schermo dice 12.08. Ancora mezz’ora e vado, i bambini mi aspettano per pranzo, il resto lo farò lunedì.
Mi sistemo per bene sulla sedia, allungo la schiena, apro le spalle, stiracchio il collo e faccio un respiro profondo ad occhi chiusi.
Penso. Ho trentasette anni, un compagno premuroso, due figli strepitosi, un lavoro impegnativo ma sicuro e stimolante, una vacanza in mare che mi aspetta, qualche turbamento d’animo ma tanta forza, amici pochi ma molto veri, una madre meravigliosa. Sorrido.
La serenità si può trovare in un attimo di un sabato mattina in ufficio, nel calore del sole che ti illumina i piedi sotto la scrivania.
“Fermo!” “Fermo!” “Cosa fai?”
La porta alle mie spalle si è riaperta sbattendo bruscamente contro il muro, non ho fatto nemmeno in tempo a ruotare il capo. Mi muovo, cerco di urlare, mi ribello, provo ad alzarmi dalla sedia ma sono intrappolata.
Il corpo di C. è su di me, la bocca di C. è su di me.
Le mani di C. sono su di me.
Stringono strattonano picchiano spingono.
Toccano
Si insinuano
Violano.
“C’è ancora qualcuno? noi andiamooo”
Le parole arrivano improvvise, i due muratori avvisano che stanno uscendo.
C. si ferma e fa due passi indietro. Prima di correre giù dalla scala mi guarda dritta negli occhi, uno sguardo che non dimenticherò mai più: uno sguardo che turberà le mie notti per anni a venire.
Mi risistemo sulla sedia, le spalle curve in avanti, respiro affannata, il cuore mi scoppia nel petto, chiudo gli occhi. Piango.
La serenità si può perdere in un attimo, in un sabato mattina in ufficio, nel calore del sole che brucia sui lividi.”

Sono riuscita a scriverlo solo oraa tre anni da quando l’ho vissutoNonostante i miei 40 anni e l’intelligenza emotiva che dovrebbero portare con sé, non sono invece ancora riuscita a mettere nero su bianco il proseguo di quella storia

Ci provo qui.

Ho raccontato a casa quello che era successo, lui è stato convocato nella mia direzione senza me, ed ha ammesso tutto. Dopo due mesi (!) è stato deciso di allontanarlo dall’ambiente di lavoro dove trascorro tutte le mie giornata, dall’azienda di famiglia, la mia famiglia d’origine, la mia azienda. Mi è stato chiesto di barattare le sue dimissioni con il silenzio. Tu non lo denunci, lui si dimette, così tu puoi continuare a venire a lavorare serena.

Sereni sarete voi forse, io no. Alla ferita subita si aggiunge il senso di colpa, il senso di colpa quotidiano di non aver denunciato, di sapere che ora lui è libero di rifare quello che ha fatto. Il senso di colpa di non aver fatto alcunché per proteggere e salvaguardare altre donne che potrebbero subire da lui lo stesso trattamento che ha riservato a me e anche peggio. Il senso di colpa di non essere stata all’altezza del mio ruolo di madre, perché una madre ha il dovere di dare ai propri figli l’esempio di cosa è giusto fare mentre io non sono stata capace di fare ciò che avrei dovuto fare.

Lui se ne è andato pulito, io la sua sporcizia me la sentirò addosso per sempre. E oltre alla sua mi sento anche la mia. Sono sporca perché sono stata aggredita ma sono ancor più sporca perché non sono stata in grado di denunciare, perché nelle settimane seguenti non sono stata lucida, non ho avuto la forza di oppormi a chi mi ha fermata e mi ha detto “pensaci, aspetta, pensa a sua moglie e ai suoi figli, che colpo sarebbe per loro. E poi pensa a quello che dovrai affrontare se lo denunci, che queste cose in Italia sono lunghe, che magari tra anni dovrai raccontare tutto in un tribunale e quindi doverci passare attraverso di nuovo, mettitela via così non ci pensi più, così puoi tornare serena con i tuoi bambini, e poi su dai, alla fine è andata bene, non è stato uno stupro

Quest’ultima frase mi è stata detta tre volte da tre persone a me care, tre delle sole cinque persone che sono a conoscenza di quello che ho vissuto, due maschi e una donna – già, una donna (chiamarla amica ora non me la sento più).

Ecco: “Non è stato uno stupro, meglio così”. 

Non si denunciano gli stupri, figuriamoci le molestie. Ne parliamo sempre anche nelle scuole: la violenza sul proprio corpo che non si denuncia, che non si elabora, rimane addosso. E’ uno stillicidio continuo, che tutti i giorni ci viola di nuovo, ingiustamente. Essere consapevoli di questa ingiustizia è il primo passo verso la liberazione dal senso di sporco e di colpa. Non ci sono pietre da porre sopra un terribile ricordo, c’è il bisogno -e il coraggio- di riaprire una ferita che apparentemente non sanguina, ma non si rimargina. E non c’è nessun Meglio così. Il Meglio così ci rende tutti complici. Dobbiamo ritrovare la dignità collettiva per ribellarci a questa minimizzazione continua ed insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie che sul proprio corpo non si accettano mediazioni. 

 

 

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