oggi mi tengo la gioia.

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scuola2“Ciao! Sono Jacopo, il ragazzo del liceo xxx! Come promesso ho scritto un articolo sull’incontro. Vorrei ringraziarti ancora, a nome di tutti noi: sono state due ore illuminanti, non ci è capitato spesso di rimanere completamente soddisfatti dopo aver incontrato un autore, ma questa volta è stato così.
Nessuno di noi ha avuto qualcosa da ridire perché gli esempi che hai usato erano talmente reali, concreti ma allo stesso tempo spiazzanti, che non hanno lasciato spazio a dubbi.
E la forza con cui ci hai investiti penso anche sia stata determinata dal fatto che tu non abbia parlato dall’alto di un titolo di studio specialistico, o robe del genere, ma solo ed esclusivamente sulla base della naturale conoscenza dell’amore. Questa cosa, che può apparentemente sembrare banale, ci ha conquistati tutti.
Quindi grazie, davvero. E come ho scritto nell’articolo, sarà grazie a persone come te che potremo sconfiggere l’ignoranza e i pregiudizi della gente!”
non potevo non condividere questo messaggio ricevuto via facebook.

messaggio che mi da’ gioia ma porta con sè del rammarico. rammarico, sì. perchè ogni volta che vado in una scuola vorrei essere per magia contemporaneamente in tutte le scuole, vorrei sapere che in quel preciso istante altre persone e altre scuole sono coinvolte nello stesso progetto di condivisione e crescita.

vorrei sapere che #labuonascuola esiste e si prende cura non soltanto della didattica ma anche delle relazioni umane, di riscoprire l’importanza del linguaggio, delle parole che tra quei banchi si pronunciano, di abbattere gli stereotipi anzichè cementarli, di creare accoglienza e rispetto tra le persone anzichè amplificare le distanze e le paure.

e vorrei NON sapere dei prof e i presidi che boicottano “L’altra parte di me” perchè lo trovano un libro “imbarazzante”, vorrei non sapere delle difficoltà che altri presidi e prof -eroici ed eroiche- incontrano.

ma oggi metto da parte il rammarico.
oggi mi tengo solo la gioia. non avrei potuto chiudere l’anno scolastico con un riscontro migliore.
oggi sono fiera di me. sono felice perchè so che le cose possono cambiare.

le cose cambiano se cambiamo noi e diamo fiducia ai ragazzi e alle ragazze.
se ci mostriamo con sincerità lo sentono, e ci ascoltano.
e poi a cambiarle, le cose, ci pensano loro!

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QUI L’ARTICOLO USCITO NEL GIORNALE DELLA SCUOLA DI QUESTO LICEO

RESTA COME SEI: INCONTRO CON CRISTINA OBBER

Cristina Obber è una persona che ha qualcosa da dire, e dedica la sua vita a cercare di  trasmetterlo. Questo qualcosa può essere definito in mille modi, ma alla fine il concetto base è uno: l’amore. L’amore trattato in tutte le sue sfaccettature, e principalmente quelle più difficili, quelle più dolorose. Perché l’amore di cui parla Cristina non è un amore semplice, bensì un amore che porta intrinseco dolore e lacrime, ma talmente potente da riuscire a distruggere qualunque barriera che la società provi ad opporvi.

L’incontro partiva dal suo ultimo libro, L’altra parte di me, che racconta la storia di due ragazze che, armate solo della loro infuocata e inscalfibile passione, riescono a combattere i pregiudizi sull’omosessualità che attanagliano chiunque incontrino e vivere pienamente il loro amore.

Ma il romanzo è stato solo un pretesto per far partire il discorso, che ben presto lascia i binari inizialmente tracciati e tocca temi concreti d’attualità. Cristina Obber sa bene cosa dire e come dirlo, quindi non ha bisogno di essere continuamente imboccata da nuove domande. Il suo discorso è chiaro, come lo è il suo intento: far capire definitivamente che non esiste un amore giusto e uno sbagliato, né tanto meno uno normale e uno diverso: l’amore è sempre amore, ed è bello semplicemente per il fatto che esista.

E ovviamente la maggior parte dell’incontro è dedicata a riflessioni sull’omofobia.

Un concetto che porta già racchiuso nell’etimologia uno sbaglio e un’offesa: non è paura quella che offusca le menti dei cosiddetti omofobi, perché l’amore di un’altra persona non può fare paura. È una non accettazione, una limitata ed egoista visione dell’amore dovuta a idee preconcette inculcate dalla società. Ma non paura.

L’omofobia è ancora presente, questo nessuno lo mette in dubbio. E Cristina Obber è la prima a portarne la testimonianza con il suo libro e con le storie che racconta. Perché se leggendo il libro si può avere una sensazione di finzione, dovuta a una scrittura forse fin troppo piena di enfasi, sentire raccontare dal vivo storie di ragazze e ragazzi che per anni hanno avuta paura di rivelare chi veramente fossero (e qui sì che si può parlare di paura) non lascia dubbi. L’omofobia c’è. Anche dove non sembra: è talmente radicata nella nostra mentalità che si dicono frasi discriminatorie senza volerlo, e senza che nessuno se ne accorga.

Ed è questa la tragica realtà di cui Cristina parla: la realtà di ragazze e ragazzi che, dopo avere compiuto l’eroico atto di aprirsi totalmente al mondo, devono sopportare sguardi sfuggenti, risatine nei corridoi, frasi ambigue, un malcelato astio, offese non volute, offese volute, una barriera che cala improvvisamente tra loro e il resto dei ragazzi, quelli normali, quelli sani, quelli a posto.

Ma fortunatamente Cristina Obber non dice solo questo, non si ferma agli aspetti negativi. Porta ottimismo. Speranza che questo cambi. Perché i segnali di cambiamento ci sono, qualcosa si sta muovendo. È arrivato il momento giusto per mettere fine a questa discriminazione insensata.

Cristina è convinta che dobbiamo essere noi ragazzi a farlo, e che ce la faremo. Ma io penso anche che noi da soli non bastiamo: c’è bisogno di adulti come lei che ci spronino, che ci facciano capire le cose chiaramente, che ci indirizzino dalla parte giusta, che ci appoggino. Quindi se questa rivoluzione avverrà, e avverrà per merito di noi giovani (cosa in cui credo), sarà anche per merito di persone come lei.

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