ORRORE TRA RAGAZZINI

articolo che ho pubblicato su 27esimaora, Corriere della Sera.

Alex, 15 anni, ha ucciso il suo amico Francesco, 16 anni, con tre colpi di pistola. È successo martedì 30 nella campagna di un piccolo paese della Calabria poco lontana da Tropea, Mileto. L’omicida avrebbe sottratto al nonno la pistola, si sarebbe fatto accompagnare in auto da un altro amico 19enne a un appuntamento con Francesco e gli avrebbe sparato per poi andare a costituirsi. Non ci sarebbero segni di colluttazione. All’origine di tutto una cosiddetta rivalità per una ragazza che avrebbe voluto lasciare Alex in favore di Francesco (e proprio Francesco avrebbe chiesto ad Alex di incontrarsi per parlarne). Pare che Alex sia figlio di un boss della zona. Uso il condizionale perché le notizie sono ancora frammentate e frutto spesso di copia-incolla anziché di riscontri oggettivi. E uso il termine rivale perché negli articoli si parla di movente passionale, gelosia, questioni sentimentali (pubblicando tra l’altro nomi e cognomi di minorenni).

Se fosse confermato che Alex avesse deciso di recarsi armato all’incontro con Francesco, varrebbe la pena ricordare che l’articolo 587 del Codice Penale, abolito nel 1981, riconosceva sostanziali attenuanti a chi, per difendere l’onore (nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia), ammazzava coniuge, figlia o sorella o la persona che sia stata in illegittima relazione carnale con esse. Le leggi cambiano, ma le pance delle persone no, per questo ci vuole tempo ed educazione. Questo vale anche per i giornalisti che insistono nel perpetuare la cultura della sfida in amore come se tra due persone il soggetto – che diventa oggetto della rivalità – a cui entrambi rivolgono i propri desideri non fosse l’unico detentore della scelta. Quanto accaduto ci dovrebbe far riflettere anche su cosa può significare una maggior facilità di tenere armi in casa, ma non è di questo che stiamo parlando. Stiamo parlando di adolescenti, della difficoltà di rapportarsi con la vita e il suo valore, di relazionarsi con se stessi e con gli altri; difficoltà che vengono amplificate quando si cresce in un contesto che non aiuta.

Lo scorso anno in un altra località della Calabria, Melito Porto Salvo, un paese intero si è schierato a difesa di nove stupratori maggiorenni che avevano ripetutamente abusato di una ragazzina dai 13 ai 15 anni; il parroco avevano attribuito pubblicamente alla vittima la responsabilità di essersela andata a cercare con un comportamento disdicevole (tra quegli stupratori c’erano anche il figlio di un boss locale e il fratello di un poliziotto tra l’altro presente allo stupro) e il sindaco se l’era presa con la stampa.

Al di là di quale sia la motivazione che ha spinto Alex ad armarsi di pistola e uccidere Francesco (difficile parlare di motivazione tra due ragazzini), credo sia importante contestualizzare ciò che è avvenuto, non perché non sarebbe potuto accadere altrove, ma per capire i contorni delle tragedie che accadono in alcune zone del nostro Paese che lamentano di sentirsi dimenticate dallo Stato con delle ripercussioni oggettive sulla qualità di vita dei bambini e dei ragazzi che vi crescono.

Non si può liquidare questa vicenda sottolineando che Alex sarebbe figlio di un boss. Il problema non è un singolo ragazzo, la sua storia, la sua situazione familiare, il problema è più esteso e riguarda una mentalità diffusa a cui è difficile sottrarsi, che riguarda tutta l’Italia ma in particolare alcune zone dove la cultura mafiosa è ancora forte così come è più forte il patriarcato; dove non si investe nella scuola, lo spazio che può realmente offrire ai giovani opportunità di alternative costruttive.

A marzo 2017 sono stata invitata a Reggio Calabria per parlare di violenza di genere, bullismo e cyber bullismo a 900 studenti delle scuole superiori, nell’ambito di un percorso formativo organizzato in sinergia tra Rotary club, azienda sanitaria, assessorato alle pari opportunità e Unicef. Il percorso era coordinato dalla dottoressa Maria Squillace, responsabile del centro abusi e disagio giovanile di Reggio Calabria e autrice di numerosi interventi contro il bullismo in tante scuole medie e superiori calabresi. L’ho raggiunta oggi al telefono per condividere con lei alcune considerazioni in merito alla vicenda di Mileto. «L’età dei due ragazzini – dice – ci conferma che è sull’educazione che noi dobbiamo convogliare le nostre energie e i nostri progetti futuri poiché saper riconoscere il valore della vita è qualcosa che si impara. Dietro a drammi di questo genere ci sono sempre situazioni di disagio e nel disagio l’espressione più comune è quella di utilizzare la violenza piuttosto che confrontarsi con una relazione tra persone». «La cultura mafiosa – continua – è ancora molto presente nel nostro territorio ed investe ogni ambito delle nostre vite, condiziona l’educazione, il mondo della scuola, le scelte nelle istituzioni, il mondo del lavoro».

La prevenzione di queste tragedie passa attraverso una rivoluzione culturale di cui siamo in tanti a sentire la necessità ma abbiamo poche risorse. Eppure ci sono i fondi della Comunità europea, eppure la allora ministra Maria Elena Boschi si era recata in Calabria (a seguito proprio dello stupro di Melito) impegnandosi ad istituire una task force per agevolare gli stanziamenti in favore di progetti educativi in tutta la regione. «Su questo non abbiamo novità – dice Squillace- siamo in attesa, con fiducia, che vengano mantenute le promesse fatte in favore di attività di prevenzione e contrasto della violenza di ogni forma e genere. Dal punto di vista sanitario vorremmo partire dalle scuole materne con un percorso all’alfabetizzazione delle emozioni educando i bambini agli atteggiamenti pro-social nel rispetto della dignità dell’altro e soprattutto attribuendo alla vita il significato che si è perso. La violenza non è solo esternata verso l’altro ma anche interiorizzata, abbiamo tanti casi di autolesionismo e forme depressive».

La dottoressa sottolinea l’importanza che i finanziamenti vengano indirizzati con priorità al servizio pubblico perché «il privato funziona bene quando il pubblico è efficiente» e «per garantire che questi fondi siano protetti da ingerenze di altro genere». Il messaggio è chiaro, invitiamo chi è al governo, dopo le frasi di cordoglio e sconcerto, ad impegnarsi con solerzia per accelerare il più possibile lo sblocco dei fondi destinati a educazione e prevenzione nonché di vigilare sulla loro destinazione. Le risorse umane in Calabria non mancano, è solo una questione di soldi. E di buona volontà.

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