Mattia, black bloc e la campagna

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noexpoMattia si scusa, dice di non essere violento: “non sono una persona cattiva”, “mi sono comportato come un coglione” “e boh”, “pensavo che i cittadini normali stessero protestando”, “e boh” “mi scuso con tutti”, “Non sono un no-Expo, a Expo ci andrò a vederlo con la mia scuola e vedrò lì com’é”.
Fa quasi tenerezza, se non fosse che se ieri avesse trovato una spranga l’avrebbe usata.

Mattia dice di aver “espresso male un’emozione di quel momento”.
Guardando il video, ascoltando le sue parole sul papà “incazzato di brutto e anche mia madre e anche tutta la mia famiglia”, con la pacifica campagna del pavese alle sue spalle, in totale contrasto con l’atmosfera metropolitana annebbiata dal fumo e dalla scelleratezza di ieri, verrebbe da chiedersi se ci sei o ci fai, ma non è questo il punto.

Se Mattia è un violento, o un paraculo, o un idiota, a me poco importa.
A me importa quello che Mattia rappresenta, ovvero un ragazzo che fa quello che in quel momento gli va di fare.
Qualsiasi Mattia quando si trova nel mezzo di qualcosa che non conosce, invece di fermarsi a capire di cosa si tratta, di rifletterci, di farsi qualche semplice domanda, Mattia si adegua alla SPINTA EMOZIONALE del momento. E quel che sarà sarà, non vedo più in là del mio naso, della spranga che mi passa di fianco e vorrei tanto impugnare anche io per sentirmi forte e figo come mi sembrano gli altri intorno a me.
Impossibile per me non mettere in relazione le sue parole con quello che mi sento dire a volte nelle scuole durante gli incontri contro la violenza.
Con le domande che i ragazzi fanno su come gestire le emozioni, come capire quando le emozioni che si provano sono “emozioni giuste o violenza”.
Con l’idea diffusa che la responsabilità di una cosa fatta in gruppo equivalga alla responsabilità totale divisa per il numero dei componenti del gruppo (su questo ho scritto il post Il branco e tu).

In una scuola superiore di Milano un ragazzo di 17 anni ha alzato la mano davanti a tutti esprimendo un concetto tanto scioccante quanto disarmante: Io non stuprerei mai una ragazza, ma se mi trovassi all’interno di un gruppo non credo che saprei tirarmi indietro, perché nel gruppo decide chi è forte e io non sono uno col carattere forte.
Che vuol dire se mi trovo in mezzo a un gruppo posso fare qualsiasi cosa, perché nel gruppo si fa e si pensa quello che fa il gruppo, in quel momento, e poi domani è un altro giorno.

Quando ho raccolto le testimonianze per scrivere “Non lo faccio più” molti psicologi, assistenti sociali, direttori di carceri, mi hanno parlato dei ragazzi coinvolti negli stupri di gruppo negli stessi termini: generalmente c’è un leader, colui che la violenza la programma lucidamente, e poi ci sono gli altri, che non si tirano indietro, che stuprano, e poi piangono a posteriori, quando “si rendono conto del dolore inferto” (il il 42% degli stupratori minorenni ha un’età tra i 16 e i 17 anni, il 30% tra i 14 e i 15 anni). Sono quelli che non sapevano, che “non si rendevano conto”.
E quasi tutti hanno dei genitori che li difendono di fronte ai giudici, colpevolizzando i genitori degli altri, degli amici che hanno trascinato nel crimine i loro “bravi ragazzi”.
Io li chiamo “ex-bravi ragazzi”, perché se commetti un crimine diventi un criminale.

A questo mi ha fatto pensare la faccia pulita di Mattia, più o meno consapevole della drammaticità che sta nelle sue parole di ieri e di oggi.
Perché se lo prendiamo per sincero, ci preoccupa ancora di più.
Dove sta il limite tra quello che per seguire le emozioni potresti o non potresti fare?
Sincere o meno che siano, le sue scuse ci dicono che c’è un problema enorme in questo paese che si chiama RESPONSABILITA’.
E a tutti i Mattia siamo noi che questa responsabilità non l’abbiamo insegnata, siamo noi che quella ereditata non l’abbiamo restituita, dissipandola.
Noi, generazioni che i Mattia li hanno messi al mondo, li hanno fatti crescere in un paese dove giorno dopo giorno qualcuno rosicchiava spazi di responsabilità fino a eroderne la società intera, nell’indifferenza dei più.
Depredando di responsabilità le aule dei tribunali, le cariche istituzionali, le categorie professionali, la vita quotidiana, ognuno di noi, in un paese che assolve tutto e tutti.

Come possiamo stupirci se i tanti Mattia sulle proprie responsabilità riflettono soltanto dopo, dopo che tutto è compiuto, dopo che le vetrine sono in pezzi o la vita di una ragazza distrutta?
Dove eravamo noi generazioni di genitori mentre i Mattia crescevano pensando di poter fare e dire tutto ciò che si vuole tanto non cambia niente, tanto alla fine nessuno mi chiede di assumermi la responsabilità di quello che faccio, a casa come a scuola?
Mattia dice che il padre è “ancora” arrabbiato. Ancora?
Non sono passate 24 ore e dovrebbe già non esserlo più?

Non ci servirà parlar male di Mattia sui social dandogli dell’incosciente o del pirla, o accanendoci contro i suoi genitori, che staranno già facendo i conti con le proprie responsabilità.
Ci servirà invece interrogarci su quanto siamo disposti a metterci in gioco per andare a recuperare quella RESPONSABILITA’ collettiva (e di conseguenza individuale) che fa parte della nostra memoria, e da cui ripartire. A cominciare da quella della scuola che frequenta Mattia, che invito ad organizzare una bella assemblea di autocoscienza non violenta.
A cominciare, perché no, da quella dei Black bloc, che di ribelle non hanno niente e che fanno quello che fanno semplicemente perché nessuno gli presenta mai il conto.

 

articolo pubblicato anche su Dols.

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