SE IL CARCERE È UN FREEZER CHE CI RESTITUISCE UOMINI VIOLENTI.

pubblicato in: cristinaobber.it | 0

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Mohamed Safi, 36 anni, a Torino ha cercato di uccidere la fidanzata sgozzandola con il vetro di una bottiglia rotta. L’ha salvata la sciarpa, che ha attutito il taglio.

Poco ci importa di come si sono conosciuti e come è scoccata la scintilla, come riporta un giornalismo che si potrebbe definire «noioso» se non stessimo parlando di femminicidio.

Ci importa sapere che Safi – che dopo l’aggressione ha tentato il suicidio – stava scontando presso il carcere Le Molinette di Torino una pena di 12 anni per aver ucciso nel 2008 a Bergamo Alessandra Mainolfi, 21 anni, la fidanzata dell’epoca, e che nonostante ciò aveva il permesso di lavorare all’esterno del carcere come cameriere, occupazione che aveva da due anni.

Quando lo ha scoperto la sua attuale compagna voleva lasciarlo e per questo lui ha cercato di ucciderla, di compiere un altro femminicidio.

Perché questo fanno gli uomini violenti, picchiano, sottomettono, uccidono.

E non è il carcere a cambiarli. Soprattutto se ci torni solo a dormire, come una pensione a mezza stella, mentre ti costruisci una vita esterna che ti permette di allacciare nuove relazioni omettendo di raccontare chi sei.

Un carcere che secondo la Costituzione dovrebbe essere un luogo di rieducazione ma che nella realtà è un deposito, un «freezer» come lo definisce il criminologo Paolo Giulini del Cipm di Milano che sperimenta da dieci anni trattamenti riparativi in carcere con gli uomini maltrattanti (qui l’intervista che gli avevamo fatto nel 2017).

Un freezer che ci restituisce gli uomini violenti così come sono entrati, se non di più, incattiviti da donne che li hanno denunciati o che, secondo la loro visione vittimistica, sono la causa della loro detenzione.

La recidiva, ovvero la reiterazione del medesimo reato, è il grande problema che riguarda i femminicidi, i pedofili, gli stupratori, gli autori di violenza domestica.

«Mai un atteggiamento aggressivo», leggiamo di Mohamed Safi.

Lo sappiamo. Gli uomini che agiscono violenza contro le donne spesso sono affabili nelle loro relazioni amicali e professionali, e per questo ancor meno riconoscibili. Quando nel 2012, con il Cipm, ho potuto entrare nel carcere di Bollate (MI) per incontrarne alcuni, mi aveva stupito proprio l’aspetto ordinario, l’atteggiamento mite di alcuni di loro.

I femminicidi sono sempre insospettabili, ‘brave persone’, ‘stimati professionisti’; gli stupratori dei ‘bravi ragazzi’.

In carcere si distinguono per buona condotta, in attesa di un permesso premio.

Non abbiamo bisogno di un Codice rosso che stabilisce sei mesi in più di condanna se poi questa condanna, già ridotta a tempi ben più brevi, non serve al criminale per comprendere la gravità di quello che ha fatto, non protegge le sue potenziali vittime future, che in questo caso Mohamed Safi ha potuto incontrare ancor prima di aver scontato la pena.

Come non pensare ad Angelo Izzo, che mentre scontava un ergastolo per un crimine atroce come il massacro del Circeo (nel 1975 con due amici stuprò e torturò per due giorni Rosaria Lopez e Donatella Colasanti; la prima morì mentre la seconda si salvò fingendosi morta) si vide concedere il regime di semilibertà.

Dopo soli sei mesi uccise la moglie e la figlia di un compagno di carcere, la ragazza aveva solo 14 anni e fu trovata nuda, con le mani legate dietro la schiena, lo scotch sulla bocca. Entrambe le donne morirono per asfissia dentro due sacchi di plastica. Un altro crimine disumano per un detenuto che qualcuno, concedendogli dei benefici, avrà definitomeritevole di fiducia.

Morti che pesano sulla coscienza di un Paese intero, di un sistema giustizia che non considera la violenza contro le donne per ciò che è, un crimine dalle radici culturali profonde, che come tale va affrontato.

In un recente incontro alla Casa dei diritti di Milano proprio il dottor Giulini (per il quale il Codice rosso «sembra avere meno incidenza pratica di quanto invece sia una suggestione mediatica) ha sottolineato come sia necessario agire «con una concezione clinica criminologica di intervento, con la consapevolezza che non si argina la potenzialità distruttuva di un uomo – con problematiche che non sono di tipo psico-patologico, ma di tipo multifattoriale e culturale -, con qualche colloquio con lo psicologo».

«Ci vuole una scossa», ha detto, «e la scossa la dà un contesto operativo che si muove con un sistema, ed è questo sistema operativo che va costruito».

Ha ricordato che il modello milanese di presidio criminologico territoriale è unico in Europa e la sua efficacia è comprovata dalla bassissima recidiva.

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