STUPRO DI FIRENZE, DA VITTIME A IMPUTATE

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

A Firenze si è svolto l’incidente probatorio per le due ragazze americane che hanno denunciato di essere state stuprate da due carabinieri la notte tra il 16 e il 17 settembre 2017. L’Ansa specifica che «la difesa ha insistito sulla tesi di un rapporto consenziente, che le ragazze hanno negato decisamente per tutta la deposizione, tra pianti e malori».

Sette e cinque le ore consecutive di interrogatorio per le due ragazze. Tra pianti e malori, appunto. Una violenza che si chiama rivittimizzazione e che significa ritrovarsi da vittime a imputate anche nei luoghi preposti a darci giustizia. Una violenza perpetua, cristallizzata. I nostri tribunali sono ancora fermi al Processo per stupro, lo storico documentario che a fine Anni ’70 filmò un processo per stupro a Latina in cui era appunto evidente come a ritrovarsi sul banco degli imputati fosse la vittima, incalzata dalle domane degli avvocati sulla sua vita privata, domande volte a screditarne la credibilità.

Una cultura che non cambia e che nella narrazione degli stupri si concentra sempre sull’abbigliamento della vittima, le sue relazioni, le sue abitudini, la sua vita sessuale. Come se ci fosse qualche pertinenza. Come se indossare gli shorts o andare in giro dopo mezzanotte equivalesse ad andarsela a cercare, a una qualche corresponsabilità della vittima. Come se in caso di rapina fosse il rapinato ad essere processato per essersi incamminato in una via deserta, per aver istigato il ladro a delinquere, offrendogliene l’occasione.

D’altronde il sindaco di Firenze Dario Nardella, dopo la notizia sugli stupri aveva messo l’accento sull’abitudine degli studenti a sballarsi, allo stesso modo in cui lo pseudo-quotidiano Libero raccontava che le ragazze americane quella sera «barcollavano e non si reggevano in piedi». Eppure nelle aule dei tribunali approfittare della incapacità della vittima di difendersi magari proprio perché ubriaca, costituisce un’aggravante del reato. Ma le ragazze spesso non lo sanno, e per questo non denunciano, si sentono addirittura in colpa. Anche nei miei incontri nelle scuole superiori mi è capitato di sentirmi dire «Se una è strafatta non può pretendere che non le accada nulla», oppure: «Se una ti butta in faccia le tette poi non si può lamentare se si trova in un angolo».

Certo sappiamo tutti che sarebbe meglio non sballarsi per non perdere il controllo di sè, ma queste frasi non hanno nulla a che vedere con la prudenza. Hanno a che fare con quel «te la sei cercata» che anche noi donne ci portiamo dentro in una cultura che non mette mai in discussione cosa vuol dire essere uomini, cosa vuol dire sentirsi in diritto di prendersi il corpo di una donna come fosse merce a disposizione. E allora anche a Firenze lo sguardo ci cade sulle ragazze, quando vorremmo guardare negli occhi questi due carabinieri e chiedere a loro tanti perché.

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