STUPRO FRA MINORI: GENITORI, PROF, AGITE!

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle.

Bari: una bambina di 12 anni è stata stuprata per mesi da cinque adolescenti sotto la minaccia di diffondere i video delle violenze. I ragazzi hanno 17, 15 e 13 anni. Le indagini dei carabinieri sono partite perché i genitori, preoccupati di insoliti comportamenti della figlia, sono riusciti a farsi raccontare il perché di quel disagio. Sgomenta l’età della ragazzina come sgomenta quella degli stupratori. Ci sembrano tutti bambini, ci sembra impossibile che possano compiere un crimine così atroce perché viviamo in una Paese che continua a nascondere il muso sotto la sabbia. Chi lavora nell’ambito della giustizia minorile sa bene che in Italia circa il 40% dei minori in carico al Ministero di giustizia per reati sessuali ha un’età compresa fra i 16 e i 17 anni, mentre circa il 30% tra i 14 e i 15. Bambini, appunto, a cui nessuno spiega niente di violenza sessuale e tantomeno di responsabilità.

Con il mio libricino Non lo faccio più ho girato tante scuole per raccontare cosa significa per una ragazza subire violenza, per spiegare che cosa sia la responsabilità. Posso testimoniare che non vi è affatto la consapevolezza della gravità, del dolore, del ciò che resta addosso. Lo possono testimoniare gli operatori che si prendono cura della rieducazione (spesso ridicola in mancanza di risorse) dei ragazzi. Non vi è neppure consapevolezza che una responsabilità non sia una torta da tagliare a fette e suddividersi tra i coautori di un reato, come pensano molti ragazzi. Bisogna cominciare a dirglielo che il branco non è un’entità astratta ma è la somma di tante individualità, ognuna in grado di scegliere se partecipare alla violenza o meno. Nell’aggressione sessuale inoltre, giustamente, in sede processuale ogni componente del branco riceve una pena maggiorata perché l’agire in gruppo è un’aggravante, amplificandosi la gravità fisica della violenza e l’umiliazione inferta alla vittima, con tutte le conseguenze psicologiche che ne conseguono.

Di fronte a queste notizie ci si chiede sempre come mai una bambina non sia corsa immediatamente a confidarsi con i genitori, a chiedere aiuto.
Non si pensa al senso di colpa, alla vergogna. In un Paese che ancora accusa le ragazze di subire violenze perché indossano gli shorts o escono fino a tardi la sera, come possiamo pensare che una bambina non si vergogni di quello che le è accaduto, non si senta in qualche modo responsabile di ciò che ha subito? Lo spiega bene Veronica nel libro: dopo lo stupro da parte di tre amici si sentiva responsabile perché non erano estranei, erano persone con cui pensava di aver sbagliato qualcosa nel suo comportamento. Veronica non disse nulla alla madre, per non addolorarla. Per proteggerla.

Un’altra testimone tra quelle pagine è Carmela Cirella che si uccise a 13 anni dopo più stupri di gruppo. Nel suo diario aveva scritto «Mi sento sbagliata, mi sento sporca io». Non ha mai avuto giustizia, i suoi stupratori non si sono fatti un solo giorno di carcere e suo padre è morto dopo anni di battaglie inutili contro uno stato che protegge i criminali e mette sotto accusa le vittime.

E allora di fronte a notizie come quella di Bari non ci sono tante frasi fatte da pubblicare. C’è da fare. C’è da smetterla di pensare che l’educazione di genere nelle scuole sia qualcosa di pericoloso. C’è da smetterla di dare credito a chi sventola lo spauracchio del GENDER perché vuole che niente cambi in questo Paese ancora fermo alla mentalità del delitto d’onore e del matrimonio riparatore. Lancio un appello a genitori, insegnanti, dirigenti scolastici: introducete l’educazione di genere nelle scuole, offrite nella vostra proposta didattica momenti di confronto tra ragazzini e ragazzine affinché parlino dei tabù con cui sono cresciuti, dei timori che incontrano nelle loro relazioni amicali e sentimentali, delle cose belle che si aspettano dall’amore e dal sesso. Ne ho visti a centinaia di ragazzi e ragazze in questi anni, le mani si alzano, hanno voglia e bisogno di raccontarsi, di dire.

Nel silenzio niente cambierà mai e ad ogni violenza ci stupiremo di non aver capito, di non aver educato, punteremo il dito contro questo o quel genitore. Dimenticando che sulla non prevenzione la responsabilità non è solo delle istituzioni ma anche di tutti noi che non ce la vogliamo prendere. I fanatismi ci sono sempre stati, ma si fermano solo con l’intelligenza e il buon senso. Alla ministra Valeria Fedeli che ben sa che l’educazione di genere è un diritto, chiedo uno sforzo maggiore per farlo rispettare.

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