tra pedofili e tute in lamè

articolo che ho pubblicato su La 27esima ora del Corriere della sera.

Questa sono io da bambina, in atteggiamento voluttuoso.
Ricordo anche che a dieci anni ballavo Rumore Rumore di Raffaella Carrà ancheggiando in salotto, sognando di indossare una tuta in lamè.
Non mi scaglio contro Augias ma vorrei sentire le sue scuse perché la vita delle persone è materia delicata e va trattata con cura. Un conto è essere a cena tra amici dove può capitare di sovrapporre tra loro degli argomenti anche impropriamente. Altra cosa è presentarsi in uno studio televisivo sapendo che milioni di persone sono lì per ascoltarti cercando di capire il perché della morte violenta di una bambina schiantatasi in una terra ingiusta. Occuparsi di adultizzazione dell’infanzia è sacrosanto, ma in quel momento era altrettanto sacrosanto concentrare la propria attenzione su un maschile violento su cui non si ha mai voglia di approfondire.
Mi piacerebbe che Floris invitasse qualcuno che si occupa di pedofili da tempo, un uomo magari, come il dott. Paolo Giulini che in carcere sottopone i pedofili a trattamenti rieducativi, perché sarebbe interessante capire cosa succede nella testa degli uomini anziché chiedersi quanto si atteggiano a soubrette le bambine. E Antonio, il bimbo di tre anni che forse è stato abusato e ucciso dallo stesso abusante, anche lui si atteggiava? A sexy-supermen forse? E i pedofili che abusano bambini di pochi mesi, vogliamo parlarne seriamente?
Occupiamoci di sessualizzazione dell’infanzia quando dobbiamo parlare di educazione, media, pubblicità e marketing.
Quando muore una bambina abusata sessualmente dobbiamo rimanere sul pezzo, chiamare in causa gli uomini a parlare di sé, e non di un femminile di cui si fanno ancora detentori del sacro mistero. Io in carcere con un pedofilo ho parlato, c’è la sua testimonianza nel libro Non lo faccio più.
Era concentrato su di sè, sui troppi anni, otto, che doveva scontare. Nessun pentimento, solo il rancore per una famiglia ingiusta che non lo andava a trovare e non rispondeva alle sue lettere. Vogliamo discuterne? Vogliamo parlare dei pedofili prima che uccidano i bambini?
Basta andare ad un qualsiasi convegno su tema per inorridire sulle cifre, leggere i tanti articoli che si trovano on line, bere un caffè con la dottoressa Maria Squillace che in Calabria si occupa di abusi su minori da trent’anni ostacolata e osteggiata da coloro che nelle istituzioni dovrebbero sostenerla.
Viviamo in un paese ipocrita, siamo ipocriti. Oggi tutti a seguire il caso di questo mostro quando ogni giorno si compiono abusi sessuali tra le mura domestiche e nessuno ci organizza una puntata in prima serata. Sul caso di Catanzaro abbiamo raccolto soltanto 2000 firme. A Catanzaro una sentenza del tribunale ha scritto che una bambina di 11 anni era in “relazione amorosa” con l’operatore sociale del comune che di lei si occupava, un 60enne. Nessun talk-show ha pensato di approfondire. Prima del processo di appello abbiamo lanciato una petizione. Ho scritto a giudici, a funzionari del ministero di giustizia, ad avvocati e avvocate, ma nessuno l’ha sottoscritta né mosso un dito, rispondendomi che sì, avevo ragione, è un linguaggio ingiusto e violento ma “Mettersi contro la magistratura è difficile” “Lo stato non può andare contro lo stato” “Cerca di capire la mia posizione come avvocata”.
I mostri continueranno a finire in prima pagina in un sistema che li copre, li nasconde, li protegge e li giustifica anche con le parole. Avreste dovuto firmare in migliaia, e non l’avete fatto. Nel processo di appello quel 60enne è stato condannato a 4 anni e 8 mesi (due mesi di sconto sulla sentenza iniziale) e non è stato nemmeno interdetto dai pubblici uffici.
Non è dei lustrini sulla maglietta di una bambina che dobbiamo parlare, ma di questo.

 

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