TROPPO BRUTTA PER ESSERE STUPRATA

articolo che ho pubblicato su LetteraDonna/Elle

Ha suscitato indignazione generale la sentenza della Corte di appello di Ancona, poi annullata con rinvio dalla Cassazione, che ha assolto due ragazzi nel processo di secondo grado per violenza sessuale su una coetanea. Indipendentemente dallo svolgimento dei fatti, le motivazioni espresse nelle conclusioni di tre magistrate si dubita della versione presentata dalla ragazza in quanto all’imputato «neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di ‘Vikingo’, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare».

Ciò che sconvolge non è che le magistrate siano donne, sarebbe grave al contrario se il genere di chi deve giudicare influenzasse il verdetto, e in effetti è maschio il procuratore generale che lo ha impugnato. Ciò che indigna è che professioniste chiamate a giudicare su crimini così lesivi della persona sembrino completamente all’oscuro della materia di cui stanno trattando e utilizzino linguaggi rivittimizzanti. Ci stuprano a 15 anni come a 80, con i seni alti o cadenti, con i capelli lunghi o corti, con gli shorts come con il burqa.

Perché nello stupro non si cerca chi ti piace, si cerca una vittima da sottomettere e umiliareper sentirsi forti. La violenza sessuale è agita per dare sfogo a rabbia e frustrazione, per assumere un potere che nella vita non si ha e a cui si aspira.

Uno degli uomini che ho intervistato in carcere nella sezione sex-offender mi raccontò che cercava ragazzine senza trucco e in scarpe da ginnastica perchè probabilmente più ingenue di quelle in tacchi a spillo e dunque più facilmente terrorizzabili. Quello che gli dava piacere era appunto assoggettare le sue vittime, con cui prima creava con pazienza un rapporto di confidenza e fiducia. In carcere la parola che più i hanno nominato gli stupratori è «rabbia». Spaventare, schiavizzare, dominare: questo cerca chi stupra.

Così come attraverso lo stupro di guerra si umilia il nemico. È sempre un esercizio di potere e l’orgasmo che si raggiunge ha poco a che fare con l’attrazione fisica e il piacere sessuale, è un’autogratificazione che deriva dal sopraffarre l’altro. La sentenza della Corte d’appello di Ancona è del 2017 (mentre i fatti risalgono al 2015) e riguarda una condanna in primo grado per stupro che aveva ritenuto colpevoli due giovani, l’uno di aver commesso il fatto e l’altro di aver fatto da palo. La vittima era una ragazza di 22 anni. Anche se il processo è da rifare le parole (e i pensieri) delle tre magistrate di Ancona rimarranno scolpite nella memoria di un Paese che anche all’interno dei tribunali continua a infliggere alle donne diverse forme di sessismo e violenza, a non rispettarne la dignità. E che cosa significa poi «dalla personalità piuttosto mascolina»? «Mascolina» nel corpo e nell’anima? Ci fa immaginare che questa ragazza non vesta di rosa, che non si trucchi o che non ancheggi come una miss? Ci auguriamo che abbia realmente «spalle larghe» per reggere tutto questo.

NOTA ANSA:

«Indignazione» per la sentenza è stata espressa, in un comunicato congiunto, dalla rete femminista Rebel Network e il Comitato Marche Pride assieme alle associazioni promotrici Agedo Marche, Arcigay Agorà Esna Consulenze di Genere Onlus, Uaar Ancona, Rete Chegender, Comunitas APS, GAP Urbino, Rebel Network, Amigay, Assist Associazione Nazionale Atlete, Arci Libero Spazio Stay Human, I sentinelli di Ascoli Piceno, Fabriano Arcobaleno, Uisp Pesaro e Urbino, Fabriano Arcobaleno, insieme a Cgil, Cisl e Uil delle Marche e la consigliera di parità per la provincia di Ancona.

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