un piccolo faro per adolescenti

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3884-Bro.inddPubblico questa nota facebook, parole magiche Conforto, Anonimato.

21 novembre 2014 alle ore 16.23, Alessandro Motta, presid. Arcigay Catania

L’altra parte di ME di Cristina Obber: un conforto per le/gli adolescenti

Ammetto una colpa, quella di essermi accostato alla lettura del romanzo di Cristina Obber con la spocchia del militante consumato che ha occhi e orecchie solo per le cose che appaiono immediatamente complesse.
Nonostante ciò – faccio mio e metto in pratica il consiglio dell’autrice di non dire “ormai”, ma “nonostante” – ho letto il libro, d’un fiato, restando sorpreso.
“Questo è un romanzo che andrebbe letto nelle scuole” ho pensato alla fine. Perché – e questa è la tesi – “L’altra parte di ME” di Obber potrebbe rappresentare un piccolo faro nel percorso tumultuoso della scoperta di sé, adolescenti. Una luce confortante che spazzi il profondo senso di solitudine che si prova nel cercare le parole per definirsi, nel trovare il coraggio di essere ciò che si è, di arrendersi all’ineluttabilità del dato di fatto, per ribaltare il rapporto tra noi e gli/le altri/e ed essere finalmente non sottoposti/e a giudizio, ma giudici.
La difficoltà, durante l’adolescenza, di comprendere la propria sessualità, il proprio orientamento sessuale, è maggiore in caso di omosessualità. Perché a quell’età è molto difficile che si abbiano parole e, quindi, concetti per definirsi. In un ambiente in cui l’eterosessualità è data per scontata qualunque altra forma di esistenza non è prevista, ancor prima che accettata. Siamo prive/i del vocabolario minimo per descrivere a noi stessi, prima ancora che agli altri/alle altre, chi siamo; non sappiamo tradurre in parole quei sentimenti che non siamo state/i educate/i a provare – l’amore omosessuale.
La mancanza di punti di riferimento, di modelli che permettano di innescare processi identificativi o emulativi – qualunque cosa andrebbe bene! – fa sì che le giovani lesbiche e i giovani gay siano costrette e costretti a procedere a tentoni, prive/i di paracadute e, quindi, molto più restii e ritrose ad aprirsi al mondo, se non attraverso forme alternative di relazioni che prevedano la presenza mediata del corpo, come, ad esempio, il mondo virtuale.
Nel romanzo sono presenti molti dei problemi con cui l’adolescente omosessuale spesso si trova a doversi confrontare; primo fra tutti il senso di colpa nei confronti dei nostri genitori: rappresentiamo, infatti, noi omosessuali, la delusione del progetto dei nostri genitori; un progetto legato al mondo in cui essi sono vissuti – non è una loro colpa –, regolato dalle norme del patriarcato e quindi: eterosessualità di stato, coppia stabile, matrimonio felice, riproduzione, educazione eterosessuale. Il processo riproduttivo del sistema dominante, insomma. Il progetto della madre di Francesca, la protagonista del romanzo, è chiaro quando racconta agli amici del fidanzato di Beatrice, l’altra figlia: «Valeria comincia a raccontare di Filippo, ma non del suo carattere introverso […]. Racconta del suo master, dell’azienda farmaceutica di famiglia e del suo prendersi cura dei capricci di Beatrice e del matrimonio all’orizzonte, e tutti convengono che un ragazzo così sia una grande fortuna» (p. 52). Lo smarrimento per un futuro non più prescritto – perché prima della gioia è lo smarrimento ad arrivare – lo vive anche Francesca nel momento in cui riflette sul fatto che «[…] senza principe azzurro il suo imminente futuro non avrà i contorni così nitidi che solo mezz’ora fa aveva immaginato». (p. 40).
Ma per fortuna Francesca ha Giulia ed è grazie al suo amore che trova la forza per raccontarsi anche ai genitori, perché l’amore aiuta a dire di sé agli altri dopo aver compiuto il difficile passo dell’interpretazione e dell’ammissione. Con l’aiuto di Giulia, tra gli alti e i bassi di una relazione tra adolescenti, Francesca affronta la paura dei genitori per l’occhio sociale, il loro bisogno di tenere nascosto che la figlia sia lesbica, il loro non nominare neppure questo fatto e, ancora, i loro tentativi di trovarne una giustificazione, una qualsiasi, ma una ragione esterna ai/alle loro figli/e, per allontanare da se stessi la responsabilità del fallimento del progetto riproduttivo.
E poi il mondo oltre i genitori, quello dei compagni di classe, delle amiche, del cyberbullismo, dello spasimante che, saputo che sei lesbica, assume il compito eroico di curarti per mezzo della sua virilità. Perché, e questo è un altro tema che ritorna nelle vite di molte e molti omosessuali, l’omosessualità è vissuta come mancanza: si è omosessuali per assenza di esperienze eterosessuali. Pensiero ingenuo e pericoloso che può sfociare in aberrazioni/casi limite come quelli degli stupri correttivi tribali.
Questi solo alcuni temi che ho riscontrato nel romanzo di Cristina Obber e, volutamente, tralascio di raccontarvi le parti più intense e positive, il dolce tremito dell’amore e il futuro tutto da costruire che si profila e le vite, la vita insieme, di Giulia e Francesca tra i gesti del quotidiano, la routine delle colazioni, il felice anonimato a cui molt* aspiriamo.

F. Alessandro Motta
Arcigay QueeRevolution Catania

5 Responses

  1. Vlad

    oggi coppia stabile e matrimonio felice (nei paesi in cui è legale) sono compatibili con l’omosessualità
    Anche le rappresentazioni dell’omosessualità si trovano oggi, le cose sono migliorate rispetto a cinquant’anni fa.
    Gli eterosessuali sono numericamente maggioranza è un dato di fatto e va accettato, ma le minoranze si stanno conquistando, il proprio giustospazio

  2. cristinaobber

    il punto non è stabilire chi è minoranza o maggioranza, il punto è che la mia eterosessualità non è un tema di discussione per nessuno, come non dovrebbe esserlo l’omosessualità o qualunque orientamento -c’è fluidità negli orientamenti sessuali/sentimentali-. Io non devo giustificare al mondo perchè mi sono innamorata di mio marito, io non devo farmi accettare nè tollerare per ciò che sono e chi amo. mi viene garantito un posto nel mondo per il solo fatto di esistere. voglio un posto per tutti e per tutte. un felice anonimato, appunto.

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