femminicidio: tra i banchi di scuola

COVER OBBER-brIn una V° liceo ragazzi e ragazze parlano di femminicidio.

(Lo fanno con un insegnante/psicologo a cui ho chiesto di interagire con la classe durante la stesura di Non lo faccio più.
Era appena stata uccisa Stefania Noce, 24 anni; uccisa da Loris, il suo ex-fidanzato, insieme al nonno che tentò di difenderla).
Ieri a Milano un ragazzo ha scaraventato la propria ragazza dal 7° piano per poi lanciarsi anch’egli nel vuoto;

Vi riporto, dal libro, le considerazioni del prof dopo la discussione in classe.

“Una riflessione che accomuna ragazzi e ragazze è la consapevolezza dell’esistenza ancora oggi dell’idea di un maschio dominante e possessivo, una dominanza ricondotta alla forza fisica. 

I maschi hanno cercato una spiegazione nel fatto che quando si trova l’amore, questo diventa parte di sè e quando l’altro “tradisce” questa alleanza ci destabilizza, ci confonde, e “qualcosa in noi si ribella contro di noi”.
Quel “tradimento” risulta inconcepibile e nel bisogno di riappropiarsene si scatena il bisogno di possedere il partner. L’incapacità di affrontare il cambiamento scatena la rabbia e la violenza.

Ammettono che storicamente l’uomo si aggrappa alla propria forza fisica per competere con “la forza femminile” che gli manca.

Le ragazze riconoscono nella figura femminile l’oggetto sul quale l’uomo riversa le proprie frustrazioni, sul quale esercita il suo controllo.
Sottrarsi a questo controllo mette il maschile in un’inaccettabile condizione di inferiorità perché la persona che rompe una relazione d’amore è vista come dominate.
Le ragazze osservano inoltre che la rivendicazione maschile del controllo e del possesso si rivela ben prima di azioni così estreme, attraverso una violenza psicologica intrisa di ricatti e condizionamenti che sono stupri della libertà e dei pensieri dell’altra persona, spesso intrappolata nei sensi di colpa a cui l’uomo la conduce.

La domanda che ci si può porre è : fino a che punto la consapevolezza della situazione porta a superare comportamenti di prevaricazione e violenza consolidati nel tempo?”

 

La consapevolezza è un grande passo. Ma non basta. Occorre parlare, confrontarsi, mettersi in gioco con le proprie parole. Nelle case, nelle scuole. Non è previsto dai programmi didattici, ma è indispensabile trovare questo tempo. Ricostruire un’alleanza tra genitori-prof-presidi-allievi/e.

E’ il tempo della responsabilità. Piangere non cambia le nostre vite, impegnarci sì.

 

 

 

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