perchè non l’hai detto alla mamma?

disegnoFB copiaSui giornali oggi la notizia di una ragazzina di 13 anni costretta per mesi a subire violenze sessuali da un gruppo di coetanei a suon di filmati col telefonino e ricatti.

Ci si interroga sul perché del suo silenzio, sul perché non abbia mai voluto confidarsi con la madre con la quale aveva un “buon rapporto”.

E’ opinione comune che un buon rapporto tra mamma e figlia sia una garanzia di confidenza, di richiesta di aiuto.

L’opinione comune non fa i conti col senso di colpa, con la vergogna.
L’opinione comune non fa i conti con l’essere protettivi nei confronti dei genitori proprio là dove ci sono buoni rapporti.

Veronica nella sua testimonianza in Non lo faccio più racconta:
“Non l’ho detto a mia mamma. Prima perché mi sentivo in colpa, poi perché con lei avevo un rapporto molto forte, molto confidenziale. Mi chiedevo “Ma se io sto così tanto male, se io mi sento così lacerata, scarnificata, come mi sentirei se questo fosse accaduto a mia figlia?” Allora mi pareva di percepirlo quel dolore ancora più straziante, ancora più insopportabile, che può appartenere solo a chi ti ha dato la vita, a chi ti ha avuta nella pancia. Mi pareva di sentirlo addosso a mia mamma quel dolore, e non avrei mai voluto. Per questo ho deciso di non raccontarle nulla, con fatica. Per proteggerla.

e poi:
“La cosa strana è che io continuo a vergognarmi di me e non di Mattia, e non di loro.
Non mi sconvolge quello che hanno fatto gli altri, mi sconvolge quello che ho fatto e quello che non ho fatto io.
Perché non denunci? A me viene da ridere quando sento le interviste e dicono così. Sono tutti bravi a parole. Parlano dello stupro come una denuncia facile da fare. Qual è la prima cosa che fa una che ha subito violenza? Prende, da sola, e corre, e va dai carabinieri. E’ capitato ad altre, sono andate dai carabinieri, ma lo puoi fare se quelli non li conosci. Se non li conosci, l’hai subita e basta. Quando ti capita che la violenza te la costruisci anche tu, quando interagisci con le persone che poi ti violano, quando ti capita di vivere con loro prima, è molto diverso. Quando ti capita che a violentarti è un tuo familiare, o un tuo amico, o tuo marito, è un’altra storia.”

e ancora:
Non ho denunciato. Perchè un po’ me lo meritavo, questo sentivo, colpevoli loro, colpevole io. Non l’ho fatto. Non sono stata consapevole di me.

CONSAPEVOLEZZA: parola magica. Parola magica su cui si basa tutto il mio lavoro nelle scuole, con i ragazzi e le ragazze, con gli adulti. Essere consapevoli di che cosa sia la violenza, di come riconoscerla, di come non sentirsi complici anche se tutti puntano il dito. Perché ammettiamolo, in questo paese nei casi che arrivano nei tg si punta sempre il dito sulle ragazze.

A Montalto di Castro, dopo lo stupro di gruppo su una 15enne, gli otto colpevoli, allora minorenni, sono stati difesi dalla loro comunità che continua a definirli bravi ragazzi. Ma anche se prima di compiere lo stupro fossero stati i più bravi tra tutti i bravi ragazzi sulla faccia della terra, oggi non lo sono più.
Perché quando un bravo ragazzo commette un crimine non è più un bravo ragazzo.
C’è una menzogna collettiva che si continua a perpetuare e che arriva ai ragazzi e alle ragazze attraverso i media.
Le ragazze nelle scuole lo dicono: “Non denuncerei perché non mi crederebbero”, “Non è facile denunciare perché sai che non c’è giustizia” e così via.
Come nei processi per stupro degli anni sessanta, ancora oggi è la vittima a divenire la colpevole. E anche a Montalto si è cercato di dimostrare che la 15enne aveva avuto 8 rapporti sessuali consecutivi consenzienti, salvo poi cadere in depressione, lasciare gli studi e rinchiudersi in casa con quei gravi disturbi post traumatici che rovinano la vita di tante ragazze.
Si è parlato molto dello stupro del L’Aquila. Una ragazza lasciata in una pozza di sangue nella neve, al gelo, fuori dalla discoteca. Ha rischiato di morire assiderata e lo stupro è stato così violento che sono stati necessari 18 punti di sutura interni. Il padre di Francesco Tuccia, lo stupratore 21enne, ha dichiarato: “Ancora mi chiedo perche’ tutto questo e’ accaduto a mio figlio». Avrebbe dovuto dire “Ancora mi chiedo come mio figlio possa aver fatto accadere tutto questo”.

E’ comprensibile ch un padre cerchi di capire il proprio figlio, ma cercare di comprendere il sentire maschile non significa ribaltare le responsabilità né confonderle.

C’è una parola che si chiama CONSENSO e che stabilisce il confine tra un rapporto sessuale e una violenza sessuale, tra lecito e illecito.
E allora bisogna spiegarle queste parole, bisogna spiegare ai ragazzi che esiste la possibilità di scegliere, di dire chi sei e chi non sei attraverso quello che fai e quello che decidi di non fare.
Bisogna parlare di RESPONSABILITA’, che nel branco si amplifica ma i ragazzini pensano che diminuisca.

Dobbiamo spiegare cos’è un branco.

Il 30% dei minori che in questo momento è in carico al Ministero di Giustizia minorile per violenze sessuali ha un’età compresa fra i 14 e i 15 anni.

Di questo bisogna parlare nelle scuole, perché se crescono i ragazzi crescono anche gli adulti, a casa.

Quando facciamo gli incontri con gli adulti, alla sera, a volte la sala è piena, a volte è semivuota. A volte ci sono anche degli uomini presenti, a volte no, come se fosse un problema che riguarda soltanto le donne.

Nelle scuole le assemblee, anche quelle spontanee dove sono i ragazzi a scegliere a quale incontro partecipare, è sempre pieno, segno che le nuove generazioni sentono la necessità di parlare di violenza e di paure, di amore e relazioni. Vogliono informazione.

E allora cerchiamola tutti una nuova Informazione che ci aiuti ad essere più consapevoli.

Come?

-Riempendo le sale agli incontri per metterci in gioco e raccontare di noi, di dubbi, di difficoltà, di buoni esempi di amore e rispetto.
-Seguendo l’informazione alternativa che la rete, con la sua ricca produzione di materiale ci offre.
-Rispondendo a chi si oppone all’ingresso nelle scuole dell’educazione di genere dicendo che GENERE e GENDER non sono parole cattive bensì parole che ci aiutano a capire come nelle nostre relazioni gli stereotipi culturali ci condizionino.

Non è negando le falle della nostra cultura che salveremo le ragazzine (e i ragazzini) dal perpetuare ruoli e copioni fallimentari, ma aiutandoli a prendere il meglio dalla nostra storia e a buttare l’acqua sporca, densa di ipocrisia e infelicità.

Se vogliamo interrogarci di fronte alle violenze e al perchè nonostante siamo nell’era della condivisione globale una ragazzina si sente sola, facciamolo davvero, alzando la testa e provando a pensare e a fare qualcosa di diverso.

La vita è (in) movimento.

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