Mi sto avvicinando ai 60 anni, sono in quella parte della vita in cui si pensa alla restituzione di ciò che si è avuto. 

Se hai avuto tanto, nel bene e nel male, puoi desiderare condividere qualcosa di ciò che la vita ti ha insegnato, affinché altri e altre ne possano fare tesoro. 

E questo si può fare attraverso l’esperienza della narrazione, del racconto e della relazione. 

È questo il filo che lega le mie attività apparentemente distinte. 

Nella costruzione di un romanzo e dei suoi personaggi, nello scambio in aula con delle persone che incontro per la prima volta e a cui chiedo di ascoltarmi con fiducia, tra i banchi di scuola mentre ragazze e ragazzi mi dicono come vivono e come vorrebbero questo mondo complicato, io mi metto in gioco, mi tolgo le cose dalle tasche e apro i palmi delle mie mani. 

Nei miei libri, come nelle mie formazioni, non distribuisco messaggi o certezze, racconto di dubbi, curiosità, pensieri, sentimenti. 

Un giorno in un liceo, parlando di femminicidio, un ragazzo mi chiese se fossi sicura di quello che gli stavo dicendo. Gli risposi che nelle tasche non ho «la Verità», ma la mia esperienza, fatta di studio, di ascolto e di vita. 

La metto sul tavolo, e chiedo a chi ho di fronte di fare altrettanto. 

Così che quello che stiamo facendo in quel momento sia per tutti trasformativo e contribuisca a renderci un po’ più consapevoli e responsabili di azioni e linguaggi, e dunque più libere e liberi.

Così che andare in ufficio, entrare in fabbrica, sederci tra i banchi di scuola o sfidarci durante un allenamento sportivo, camminare per strada o prendere un tram, ci veda maggiormente visibili gli uni agli altri, e renda i nostri luoghi spazi più rispettosi e giusti in cui vivere.

Nè ansia né smania di cambiare il mondo, ma il desiderio di costruire, un passo alla volta, giorno per giorno.